STRASSE – OSSI E FEROVECIO

INTRODUZIONE

La storia inizia nell‘anteguerra, nei paesi del Veneto con meno di 5000 abitanti, dove si vive della povera agricoltura, non essendoci nessuna attività artigianale né industriale.

Ogni settimana transitava per le vie del paese un carretto il cui conduttore urlava a piena voce “strasse, ossi e fero vecio”, cioè “stracci, ossa e ferrovecchio”. Quella persona campava, passando di famiglia in famiglia, con il ricavato della raccolta, di poveri oggetti. La parola “ossi” merita qualche dettaglio di chiarimento. Tale termine, oltre a riferirsi alle ossa di animali che rimangono sui piatti a fine pasto, comprende anche i noccioli delle pesche che in dialetto venivano appunto detti ossi. Occorre precisare che in quei tempi nel Veneto le mandorle dolci, necessarie per fare il torrone, non venivano coltivate a causa del clima sfavorevole. All’epoca per il torrone si ripiegava sui noccioli delle pesche e il risultato era un prodotto di sapore intenso, buono e forte. Nelle case venivano quindi conservati gli stracci ed i noccioli delle pesche per essere poi ceduti a quell’ambulante dal quale non si percepiva che qualche spicciolo di lira.

Ai nostri giorni, conosciute meglio le sostanze chimiche dei noccioli di pesca e di albicocca, si è riscontrato che sono addirittura velenosi.

Ecco la spiegazione:

Il seme all’interno del nocciolo della pesca e dell’albicocco, chiamato anche armellina, è velenoso perché contiene una piccola quantità di cianuro o, per essere più precisi, di amigdalina, un composto formato da cianuro e zucchero che è in grado di liberare l’acido cianidrico nel nostro corpo. Però, perché questo accada, bisogna che il seme venga masticato. 

Quindi, si può pensare che la ragione della breve durata della vita umana, ai tempi della nostra storia, fosse dovuta anche all’assunzione di questi elementi velenosi, che facevano parte della normale alimentazione quotidiana.

LA RACCOLTA DEI RESIDUATI BELLICI

Un altro elemento caratteristico dell’attività dello “strasseossi” era quello della raccolta dei residuati bellici della prima guerra mondiale. I ragazzi, che cercavano disperatamente il modo per guadagnare qualche soldo, ben sapendo delle lunghe battaglie che si erano svolte nelle montagne attorno ai loro paesi, riuscivano a trovare molti pezzi di ferro, chiamati “scaie”, provenienti dallo scoppio delle bombe sparate dai cannoni. Conoscevano bene le zone di combattimento segnate ancora da profonde buche a forma di cono rovesciato provocate dagli scoppi. Erano ancora evidenti le lunghe trincee scavate nella roccia e le piccole gallerie dove i soldati trovavano riparo soprattutto dalle devastanti bombe sparate dai grossi cannoni. I giovani, scavando a mano e con picconi, riuscivano a recuperare molti frammenti di bomba e spesso anche interi proiettili inesplosi. Per un lungo periodo, questa attività costituì un prezioso rifornimento sia per i ragazzi e sia per lo “Strasseossi”.

Il frequente ritrovamento di bombe inesplose, anche di grande diametro e peso, veniva considerato ogni volta come un piccolo tesoro per la sua grande quantità di ferro. Ma comportava un notevole pericolo che i ragazzi correvano, del tutto illegalmente, svitando la punta della bomba per togliere il percussore e la cartuccia esplosiva che al momento dell’impatto con il suolo avrebbe dovuto provocare lo scoppio della bomba. Alcune volte, a causa della morbidezza del terreno in cui cadeva o per un difetto costruttivo, il percussore non veniva azionato e la bomba si infilava nel terreno e restava lì, minacciosa. Ebbene, alcuni ragazzi avevano il coraggio di svitare la spoletta per rendere innocuo l’oggetto. In qualche caso si sono avute vere e proprie tragedie con la perdita di mani e braccia e, alcune volte, anche della vita

L’operazione di svitamento avveniva con martello e scalpello necessari per fare i primi giri di vite. Trattandosi però di bombe che erano rimaste per decenni sotto terra e quindi ormai arrugginite, lo svitamento era molto difficoltoso e per questo particolarmente rischioso.

Nel primo dopoguerra comparvero dei dispositivi cerca-metalli magnetici con i quali si riusciva a localizzare nel sottosuolo residui bellici anche a oltre un metro di profondità, con un conseguente incremento economico non indifferente.

Questo rifiorire dei ritrovamenti favorì un notevole miglioramento economico del nostro “Strasseossi” e gli permise di offrire alla famiglia un tenore di vita più decoroso. Aveva tre figli, l’ultimo dei quali, Gianluigi, unico maschio, manifestò presto una grande passione per il lavoro del padre. Di quest’ultimo ammirava soprattutto il modo di comportarsi dentro e fuori la famiglia che era tutto orientato all’aiuto e alla solidarietà, al compimento del proprio dovere, svolto con professionalità, intelligenza e correttezza.

L’INIZIO DI UNA NUOVA ATTIVITA’

Finita la scuola ed ottenuto il diploma di ragioniere, Gianluigi pensò immediatamente di mettere in atto alcune sue idee.

Il padre allora non faceva più il rigattiere, ma riusciva a vivere della modesta pensione che si era procacciato iscrivendosi all’INPS come artigiano ed approfittando delle leggi che allora premiavano coloro che intraprendevano tardivamente delle nuove attività, come era nel suo caso.

Un bel giorno Gianluigi informò il padre che aveva preso in affitto un capannone con annessa una grande corte, perché era intenzionato a continuare la sua attività. Cominciò a pubblicizzare la sua nuova sede per la raccolta dei rottami metallici, invitando cioè la popolazione a conferire i materiali nel nuovo centro di raccolta. Per quei tempi, questa era una novità assoluta. Molto contento della nuova piega, il papà seguiva da lontano l’operato del figlio. Dentro di sé lo approvava ed assisteva con grande soddisfazione alla trasformazione del lavoro da lui avviato, sia pur con risultati modesti, ma con cui aveva provveduto al sostentamento della famiglia con onestà e dignità.

Gianluigi faceva la pubblicità visitando personalmente le piccole industrie che nel Veneto cominciavano a diffondersi sempre più numerose, proponendo a ciascun titolare di accettare in uso gratuito dei cassoni in ferro, che lui stesso aveva costruito, nei quali depositare i piccoli rottami come i residui della tornitura, gli scarti delle lamiere di ferro, o di ogni altro metallo. Assicurava che quando la ditta avesse riempito i cassoni, egli stesso avrebbe provveduto alla sostituzione con uno vuoto e che avrebbe portato via anche eventuali rottami più voluminosi accatastati all’aperto. Precisò inoltre che avrebbe pagato i rottami ad un prezzo che avrebbero concordato di volta in volta.

Gli affari cominciarono subito a progredire e Gianluigi ottenne un mutuo dalla banca per comperare un autocarro. Cominciarono ad apparire in commercio delle robuste presse che consentivano di ridurre in piccoli blocchi qualsiasi tipo di materiale, dal cartone alla plastica, dal legno al ferro. Il volume ridotto offriva il vantaggio di occupare minore spazio nel piazzale e la forma rettangolare rendeva assai facile il trasporto sui cassoni dell’autocarro. Gianluigi, molto attento a queste novità, si munì subito di una di queste presse, migliorando notevolmente la gestione del lavoro.

Una particolare attenzione fu rivolta alla cernita e alla separazione dei diversi metalli, dedicandovi tutto il tempo necessario. Ci voleva tempo e pazienza anche per dividere, ad esempio, gli avvolgimenti in rame dalle parti ferrose, l’alluminio o l’ottone dal legno o dalla plastica. Ogni materiale così suddiviso veniva riposto nel contenitore ad esso assegnato. Tale condotta permetteva di ottimizzare l’offerta delle merci alle diverse fonderie con un sensibile vantaggio economico.

Il papà andava spesso a fare visita al figlio. Dopo aver scambiato quattro parole, indugiava a lungo nella zona dei depositi dove si compiaceva nel guardare i cumuli dei diversi materiali. Ogni volta l’emozione ritornava puntuale: gli ammassi che lo circondavano, disposti con ordine sulla vasta area, gli ricordavano che lui per anni ed anni aveva raccolto percorrendo strada per strada al grido di “strasse-ossi e ferrovecio”. Tornato a casa, scaricava quello che era riuscito a raccogliere, nel piccolo scoperto davanti casa, senza tempo né voglia per la suddivisione dei diversi metalli. Rivedeva il vecchio carretto con le ossa di animali, i vecchi stracci consumati e sporchi e i grovigli di ferri arrugginiti. Quello che più lo commuoveva era il ricordo del barattolo pieno di noccioli di pesca, oggi completamente scomparsi perché nessuna pasticceria li richiedeva più per il torrone.

Nel deposito all’aperto, si trovava di tutto: catene di ferro, pezzi di bicicletta, pentole di rame, motori elettrici. Ogni oggetto sembrava raccontasse la storia della sua vita passata e definitivamente conclusa.

Riviveva con tenerezza mista a nostalgia, l’impegno con cui il fabbro costruì l’inferriata che ora giaceva lì, arrugginita e abbandonata, magari dopo oltre un secolo di onorato servizio in una casa ora demolita, oppure scorgendo vecchie pentole di alluminio dal fondo nero, gli sembrava di vedere anziane donne vestite di nero intente a pulirle con sabbia e aceto, operazione da tempo dimenticata, grazie ai cento detersivi e alle nuove generazioni di pentole in acciaio inox.

Suddivisi a seconda del metallo, gli oggetti venivano adesso introdotti tra le robuste ganasce della pressa che, con grande fracasso, comprimeva il tutto con una tale forza che, compenetrati uno nell’altro, non erano più riconoscibili ed andavano a formare anonimi blocchi regolari, ognuno colmo di mille storie dimenticate che l’anziano genitore poteva solo immaginare.

Si sentiva un vecchio dimenticato e inutile, proprio come quella distesa di oggetti che lo circondavano. Vagando con lo sguardo su quel cimitero, ripensava agli anni lontani quando, giovane e robusto, per mantenere la famiglia, non trovò di meglio che girare per le strade del paese per raccattare noccioli di frutta e vecchi oggetti metallici che la gente gli cedeva per poche lire o solo per … solidarietà.

Erano tutti oggetti che nei tempi andati svolgevano apprezzati compiti, ora giacevano tristi in attesa solo della loro distruzione, del loro violento annullamento tra le poderose fauci della pressa, perdendo per sempre l’originale utilità, da tempo scaduta. L’inesorabile fine, nel cuore del vecchio genitore, risuonava come un tradimento che si concludeva con l’atroce esecuzione. Ogni singolo oggetto perdeva la sua individualità, e finiva orribilmente pressato contro altri disgraziati per formare i blocchi destinati alle fonderie.

Questi ricordi e queste fantasie lo commuovevano profondamente, però, appena riavutosi, pensava, affascinato e orgoglioso, che tutto quel che vedeva era opera di suo figlio.

Tra i tanti pensieri che gli sorgevano improvvisi e spontanei, ce ne fu uno che per un attimo lo terrorizzò: il ritrovamento delle bombe inesplose. Era una pratica del tutto abbandonata, ma pur sapendo che si trattava di pura fantasia, immaginò che uno di quegli ordigni si trovasse nella pressa in azione. Fu percorso da un gelido brivido di morte. Gli venne spontaneo rivolgere lo sguardo al cielo e ringraziarlo perché fortunatamente la realtà era molto rassicurante.

UN NUOVO TIPO DI LAMIERA: QUELLA RAMATA

Grazie ai contatti con le varie industrie, Gianluigi venne a sapere che a breve sarebbe stato posto in commercio un nuovo tipo di lamiera di ferro ramata. Capì al volo che poteva rappresentare per lui una splendida opportunità, perché gli artigiani che costruivano oggetti in rame, metallo molto costoso, lo avrebbero presto sostituito con questo nuovo prodotto, molto più economico. Era talmente convinto che avrebbe avuto uno straordinario successo, che si attivò subito per ottenerne l’esclusiva di vendita per tutta l’Italia.

I fatti gli dettero ragione, perché i vasi, e i vari oggetti costruiti con la nuova lamiera, venivano a costare molto meno rispetto a quelli di rame, conservandone il medesimo aspetto. Come previsto, queste condizioni favorirono un ampio consumo della lamiera fornita da Gianluigi, che premiò il giovane imprenditore con grossi guadagni.

LA NUOVA SEDE DELL’ATTIVITA’

L’ottimo andamento degli affari gli permise di ottenere un altro prestito dalla banca con cui acquistò una vasta area sulla quale costruì un capannone progettato apposta per la cernita e la suddivisione dei metalli e la loro compattazione con la pressa.

Poi venne il momento della raccolta dell’olio esausto. Le industrie avevano difficoltà a conservare e a conferire il liquido nei punti di raccolta. Gianluigi, imprenditore accorto e lungimirante, volle offrire anche questo servizio ai suoi clienti. Fissò un paio di serbatoi in vetroresina nel suo autotreno dove, contemporaneamente alla consueta raccolta dei metalli, recuperava l’olio esausto che poi avrebbe smaltito secondo le prescrizioni di legge.

L’affermazione della lamiera ramata superò molto presto le sue più rosee previsioni. Infatti, l’esclusiva per tutta l’Italia concentrò nel suo ufficio una tale domanda che, assieme agli enormi guadagni, lo costringevano a maneggiar scartoffie per tutta la giornata. Questa “reclusione”, a lungo andare, mise in crisi Gianluigi. Non era per niente soddisfatto perché lui era fatto per una vita dinamica che richiedesse iniziativa, organizzazione e creatività.

L’attività precedente era la sua vera passione. Era entrato in un’attività commerciale molto redditizia, ma che non amava per niente, perché era esattamente l’opposto del lavoro all’aperto che egli amava tanto.

Evadere le domande ed emettere fatture, insomma il lavoro d’ufficio lo deprimeva, non poteva durare, non aveva senso sacrificarsi oltre, si sarebbe ammalato: doveva trovare una soluzione al più presto!

Al vecchio genitore non era sfuggito il cambiamento del figlio e capì che, con la dovuta discrezione, doveva aiutarlo a tornare il giovanotto dinamico di sempre.

Un sereno colloquio con il figlio chiarì i termini del problema e la sua soluzione scaturì quasi spontaneamente. La convenzione della fruttuosa vendita in esclusiva andava sicuramente confermata, e lui poteva abbandonare il ruolo di responsabile amministrativo semplicemente assumendo del personale preparato.

Appena si diffuse la notizia, ci fu solo l’imbarazzo della scelta che in breve cadde in una giovane ragioniera che si manifestò seria, volonterosa e dotata di una buona “grinta”, caratteristiche felicemente confermate al punto che Gianluigi lasciò l’odioso incarico, sapendo di averlo lasciato in buone mani.

Tornato tra le sue macchine e le cataste dei vari metalli, Gianluigi notò che i conferimenti erano aumentati sensibilmente. Si doveva ricorrere a continui aggiustamenti dei rottami, talvolta a spostamenti di intere partite appena sistemate, per fare spazio ai nuovi arrivi o per allargare percorsi temporaneamente ostruiti in attesa esser spediti in fonderia. La gestione era complessa e gravata da attività inutilmente costose e improduttive. La causa era una sola: l’area era diventate piccola, in ragione del volume dei materiali trattato quotidianamente. Ci si doveva ampliare e costruire un nuovo capannone, organizzato con razionalità, come aveva insegnato la lunga esperienza!

A questo punto la scelta comportò due ipotesi: ampliare la sede esistente, acquistando il terreno confinante oppure aprire una nuova sede in località sufficientemente lontana per acquisire un nuovo bacino di fornitori? Entrambe le soluzioni presentavano dei punti a favore e degli inconvenienti.

Ancora una volta i colloqui con il padre e i suoi saggi pareri, aiutarono Gianluigi a fare la scelta migliore.

L’APERTURA DI UNA NUOVA SEDE DI RACCOLTA

Ottenuto un mutuo, acquistò una nuova area nei pressi della zona industriale di una provincia vicina e vi fece costruire un capannone grande quasi il doppio di quello vecchio, opportunamente suddiviso nei vari settori. Poi furono installate le presse e la bilancia digitale per i conferimenti più modesti e per i metalli più “preziosi” come il rame e il bronzo.

Per il titolare era una gioia pregustare il susseguirsi delle fasi di lavorazione delle forniture, stupendamente agevolate dalla razionale predisposizione dei reparti di accoglienza e dagli ampi spazi su cui si potevano muovere i mezzi.

Venne il momento di pensare al personale. Dopo un’inserzione sul giornale e i colloqui personali con alcuni concorrenti, fu assunto un giovane geometra, quello che fece la migliore impressione.

Ancora una volta la perspicacia di Gianluigi andò a segno. Il ragazzo si dimostrò pronto nell’apprendere, diligente nell’organizzarsi, gentile ed intraprendente con operai e fornitori e si dimostrò pure disponibile ad uscire sul piazzale, nei momenti di emergenza, a sporcarsi le mani. In breve, il lodevole comportamento gli valse piena fiducia e una prima promozione. Per permettergli di seguire da vicino i movimenti dei mezzi e le varie lavorazioni, gli affiancarono una ragioniera con il compito di evadere il lavoro d’ufficio.

Così iniziò la gestione del nuovo spazio di raccolta dei residui metallici e dell’olio esausto. Nei primi mesi Gianluigi seguì da vicino la nuova attività che, del resto, doveva svolgersi in maniera identica a quella della sede principale che continuava a pieno ritmo.

IL BILANCIO SEMESTRALE

Il padre, sempre molto appassionato al suo antico lavoro, continuava a seguire con sincera ammirazione la buona gestione voluta dal figlio. Un giorno pensò di proporgli, come fanno tutte le aziende serie, di fare l’inventario una o due volte all’anno. L’inventario si fa “fotografando” la giacenza interna, che dovrebbe corrispondere alla differenza tra il ricevuto fatturato e l’uscito ricavato dalle forniture alle fonderie. Opportunamente valorizzata la giacenza e aggiunta alla sommatoria del guadagno e dello speso, permette di determinare, al netto delle tasse non ancora versate, il tornaconto economico del periodo interessato. A Gianluigi l’idea piacque e decise di farlo semestralmente dedicando un paio di giorni all’anno di chiusura totale di ogni movimento, sia in entrata che in uscita.

I RISULTATI DEI BILANCI E L’INCARICO ALL’INVESTIGATORE ARTEMISIO

Per un paio di anni, i bilanci confermarono in entrambe le sedi, lauti guadagni. Le successive verifiche semestrali prima evidenziarono e poi confermarono una brutta sorpresa: nella sede distaccata l’attivo diminuiva costantemente.

Gianluigi provò ad immaginare quale imbroglio fosse possibile nella prima operazione cioè quella dell’arrivo in sede dei rottami. Non riusciva a capire in che modo e per quale motivo qualcuno avesse interesse ad aumentare oltre al reale la quantità di materiale in arrivo.

Forse l’imbroglio veniva praticato nell’uscita … ma in che modo?

Di fronte allo sconcerto, Gianluigi decise di ricorrere all’opera d’un investigatore che riuscisse a chiarire il mistero: Artemisio.

Il diligente investigatore volle conoscere per filo e per segno tutte le procedure seguite dal personale dalla pesatura della merce in entrata, alle separazioni dei diversi metalli, all’impacchettamento nella pressa e infine all’invio alle fonderie. L’investigatore seguì da vicino la cernita e la compattazione con la pressa, ammirandone l’enorme riduzione di volume che avveniva con la compressione. Successivamente si dedicò all’altra attività, quella che riguardava il recupero dell’olio esausto. Aveva notato che Gianluigi ne parlava raramente, come se fosse impossibile che il trucco si trovasse proprio in quel settore meno importante e meno considerato. Artemisio, invece prestò molta attenzione a quel particolare ritenuto di secondaria importanza, avendo più volte constatato che la soluzione tarda ad emergere proprio perché spesso si annida nei dettagli trascurati.

Si fece spiegare bene come avveniva il recupero di quel tipo di olio. Gli venne indicato che si trattava di un’attività marginale e occasionale. Quando il camion raggiungeva l’industria per caricare i rottami metallici, talvolta veniva consegnato all’autista il recipiente pieno dell’olio esausto. L’autista provvedeva personalmente a versarlo in uno dei due serbatoi in vetroresina da 1000 e da 250 litri che si trovavano nel camion. Artemisio fece subito un’ispezione al mezzo di trasporto. Sul cassone del camion vide effettivamente i due serbatoi con un ampio boccaporto che egli si fece aprire per osservarne l’interno. Le pareti erano ancora grondanti dell’ultima partita di olio che avevano contenuto. Notò anche che i serbatoi erano muniti di lunghe tubazioni in gomma allacciate allo scarico sito nella parte più bassa di ognuno dei due serbatoi cilindrici, destinati allo scarico dell’olio che avveniva semplicemente con l’apertura della saracinesca posta all’estremità del tubo.

Considerato che le anomalie riguardavano esclusivamente la seconda sede, Artemisio volle effettuare un analogo sopralluogo anche alle sue attrezzature. Avvertito telefonicamente il geometra responsabile, Artemisio ripeté lo stesso procedimento fatto con Gianluigi.

Il giorno dopo Artemisio telefonò a Gianluigi comunicandogli che riteneva di avere risolto il mistero e che aveva bisogno di parlargli.

Comunicò che la malversazione, poiché di questo si trattava, secondo lui avveniva durante il rientro dell’autotreno in sede ma che, per avere conferma di quella che per il momento era soltanto una supposizione, aveva bisogno di verificarla, seguendo da vicino alcuni viaggi del mezzo di quella sede. Dal momento che non intendeva seguire troppi percorsi, chiese a Gianluigi di individuare, tra i suoi tanti clienti, le ditte che, secondo lui, potevano essere le più propense all’imbroglio. A giudizio dell’impresario erano due i nomi, AA e BB, e promise di fornire ad Artemisio le prossime date nelle quali era prevista la raccolta presso quelle due ditte.

LA SCOPERTA DELL’INVESTIGATORE ARTEMISIO

Artemisio si appostò nella sua macchina, defilato per non farsi vedere, in prossimità della ditta AA. Quando vide uscire l’autocarro della ditta di Gianluigi lo seguì a prudente distanza, notando che non tornava in sede per la via più breve. Ad un certo punto, stranamente, il camion deviò verso una piccola frazione dove c’era una fontana monumentale a getto continuo e di forte portata. Il geometra fermò il camion vicino alla fontana ed estrasse dal cassone del camion l’estremità del tubo di scarico del serbatoio maggiore. Aperta la saracinesca terminale infilò il tubo di gomma attorno al getto e per ottenere una tenuta perfetta, lo fasciò stretto stretto con una lunga striscia di gomma che poi fissò con una cordicella al tubo della fontana. Fatto questo, salì sul cassone per controllare il riempimento del serbatoio.

A questo punto, Artemisio aveva risolto il caso. Era evidente che all’arrivo, l’accumulo di 1000 litri d’acqua, avrebbe indicato l’aumento di ben una tonnellata di metallo in più, mentre si trattava dell’acqua che poi il geometra avrebbe scaricato nella fognatura.

L’investigatore consegnò la sua relazione a Gianluigi, nella quale spiegava come egli, fin dalla visita alla sede secondaria, si era accorto che la raccolta dell’olio esausto veniva fatta esclusivamente nel serbatoio piccolo, mentre quello da 1000 litri conservava tracce di acqua. Era evidente l’esistenza di un losco accordo con il titolare della ditta AA che consentiva di fatturare ben una tonnellata di materiale in più del quantitativo reale, il che costituiva una truffa organizzata e perpetrata ai danni del titolare.

Artemisio consigliò Gianluigi di effettuare quanto prima un sopralluogo e, alla presenza di un testimone, constatare la presenza di residui di acqua nel serbatoio più grande che avrebbe dovuto invece avere solo tracce di olio. Lo consigliò di risalire al peso totale di materiale metallico pagato ma mai fornito, allo scopo di stabilire l’entità del danno subito. Consigliò inoltre di proporre ai due disonesti la possibilità di evitare la denuncia, previo immediato rimborso della somma calcolata. L’allontanamento con ignominia del “bravo” geometra fu anticipato dall’autolicenziamento.

Oltre a confermare la consueta bravura di Artemisio, nel racconto risalta, tenera ed appassionata, la figura del vecchio padre che aveva raccomandato la necessità di fare l’inventario. Che poi si dimostrò anche utile, perché permise di individuare e stroncare la truffa.

Questa storiella mi suggerisce una considerazione.

La sosta imposta dall’inventario, una messa a punto attenta e precisa potrebbe essere una buona regola da adottare da ognuno di noi: fermarsi ogni tanto per riflettere a fondo sul senso della propria vita.