IL GUARDIACACCIA

INTRODUZIONE

Lo spunto di base di questo racconto è dato dalla inveterata abitudine di un capriolo che, trovandosi in una situazione disperata, arriva perfino al punto di scegliere il suicidio pur di evitare quegli atroci patimenti che una atavica sequenza ha stampato sulla sua memoria. Il fenomeno è descritto molto bene nel libro “il suicidio del capriolo” di Giancarlo Peron.

FAGHER – UN PAESINO DI MONTAGNA

Teatro della storia è un paesino di alta montagna chiamato Fagher che nel dialetto locale significa faggio. Il nome forse deriva a dall’importanza sempre rivestita dai boschi di faggio quale ottima legna da riscaldamento durante le fredde invernate passate sotto alte coltri di neve ed a temperature gelide.

Siamo negli anni 40 del primo dopoguerra e l’attività locale è basata principalmente sull’agricoltura e allevamenti di bestiame soprattutto nelle malghe dove gli ampi pascoli consentono di alimentare un grande numero di animali da latte dai quali ricavare soprattutto burro, formaggi molto ricercati per la loro buona qualità. Un’altra fiorente attività è quella legata al legno grazie ai vasti boschi di resinose e di alberi di alto fusto di essenze forti atte al riscaldamento domestico il cui taglio alternativo di ampie aree con piante adulte fornisce buon reddito nella vendita dei tronchi ed anche, per le resinose, nelle lavorazione delle segherie locali che ricavano dai tronchi delle grandi partite di tavole grezze di legno pronto per le lavorazioni industriali della pianura. Si tratta di una attività qualificata ma dal punto di vista economico modesta a causa dei lunghi periodi invernali di inattività essendo il lavoro allora ridotto alla sola manutenzione delle attrezzature e dei locali prive di alcun ricavato in denaro.

La normale alimentazione dei valligiani ha luogo utilizzando prevalentemente i prodotti locali essendo molto diffusa l’agricoltura e gli ortaggi ed anche la raccolta nei boschi di frutti di buonissima qualità mentre dalla caccia derivano ottime carni. Altri prodotti alimentari vengono acquistati nei negozi privati del paese.

La composizione urbanistica è basata generalmente su vecchie casette unifamiliari in quanto il vero boom di costruzione delle nuove case è appena a cominciato e risultano presenti solo alcune ville di recentissima costruzione ed appartenenti alle famiglie più abbienti come quelle del medico, del farmacista, del veterinario. Spicca anche per un lusso sfrenato quella del macellaio che sfoggia anche automobili di alto livello.

La mentalità corrente nel paesini è ancora quella basata sul risparmio essendo frutto del recente periodo bellico di assoluta povertà di paesi piccoli come quello della nostra storia. Il sogno, che nei decenni successivi troverà piena attuazione, è quello di potersi costruire una nuova casetta che sostituisca quelle esistenti generalmente prive delle minime comodità. La mancanza piú sentita è quella dell’impianto idrico domestico assai raro nelle abitazioni di Fagher. Un episodio renderà bene la situazione reale. Al paese era grave la mancanza di servizi igienici di casa con le ben note difficoltà che ciò procurava. Per ovviare a quella di non poter fare a casa una doccia calda, il locale parroco aveva da poco ricavato nello scantinato della canonica quattro docce funzionanti con il materiale che abbondava in zona e cioè la legna da ardere. La gioventù si poteva ritrovare tutti i sabati non solo per le pulizie personali ma anche per stare in compagnia a raccontarsi gli avvenimenti della loro bella gioventù. Da rilevare un difetto di funzionamento di quelle persone fatte di roccia e provocato dalla mania del risparmio da attuare sempre, dovunque , in maniera eccessiva e che avveniva con il minimo un impiego di legno, addirittura cosi scarso da far uscire dalla doccia dell’acqua appena, appena, tiepida. Quando, in casi eccezionali, veniva casualmente abbondato nel combustibile, era una gioia così grande che lungo la strada del ritorno a casa i ragazzi non mancavano di dire a tutti: ho fatto una doccia bellissima, figuratevi che l’acqua era calda!, veramente calda!

PERSONAGGI

La popolazione di Fagher si compone di classiche famiglie paesane che vivono essenzialmente di reddito individuale procurato dall’agricoltura e dalla lavorazione del legno essendo quasi assenti lavoratori a stipendio fisso

Tra questi si distingue Menico il guardacaccia che svolge una attenta attività di controllo e vigilanza del territorio la quale, oltre ad avere un compito più squisitamente didattico per educare al rispetto dell’ambiente, della fauna selvatica e della normativa di riferimento. segnalando alle autorità competenti le eventuali malattie riscontrate dalla fauna, provvedendo all’abbattimento dei capi malati e alla verifica dei permessi e delle licenze dei cacciatori nonché alla contestazione di reati con possibilità di elevare contravvenzioni in caso di violazione delle leggi a tutela del patrimonio faunistico.

Il guardiacaccia, a causa del suo comportamento rigoroso, è malvisto dai cittadini i quali gli contestano una eccessiva severità nei loro confronti mentre, nel loro intendimento, potrebbe lasciar correre certe piccole infrazioni delle regole, infrazioni le quali, riferendosi soprattutto alla cacciagione di animali liberi, potrebbero costituire per i valligiani medesimi una ambita risorsa alimentare.

Nella storia di Menico è da rilevare la sua composizione familiare purtroppo penalizzata dalla mancanza di figli.

Non avendo alcuna possibilità di studi che fossero inerenti alla sua grande passione per la montagna e a tutto l’ambientante naturale nel quale era vissuto, da giovane si era dovuto accontentare della scuola media e di ragioneria essendo le uniche scuole superiori alle elementari situate in un capoluogo distante solo una ventina di chilometri da casa e che egli raggiungeva facilmente con l’autobus in andata e ritorno giornaliero. Durante l’ultimo biennio di scuola lo stesso autobus era utilizzato da una bella ragazza un po più giovane ma che lo aveva colpito fin dal primo giorno. Anch’egli era un bel ragazzo molto aperto ed interessante per la sua passione della natura, per la sua loquacità schietta ed aperta che non mancarono di rendere sempre più stretta la amicizia tra i due. Finita la scuola Menico potè finalmente curare la passione per l’ambiente frequentando anche in città lontane dei brevi corsi di perfezionamento che lo arricchirono molto nella materia di suo interesse e quando si presentò l’occasione per concorrere alla assegnazione di un posto di guardacaccia proprio alla zona di sua residenza poté parteciparvi ed arrivare tra i più preparati e quindi venire assunto quale guardiacaccia essendo anche buon conoscitore della montagna locale. La sua frequentazione della ragazza divenne sempre più intensa per la grande attrazione fisica dei due ragazzi ed il grande piacere di stare insieme soprattutto facendo belle gite nelle montagne che egli amava tanto e di cui spiegava con entusiasmo le attrattive a lei. La ragazza dal punto suo amava molto sognare su un suo futuro in famiglia con due e più figli . La sua passione era però diversa da quella di Menico : ella amava gli studi classici e soprattutto diventare maestra in modo da poter insegnare e nello stesso tempo accudire a famiglia e figli. Passati alcuni anni si sposarono ed abitarono in una loro casetta a Fagher. La moglie, che nel frattempo aveva terminato gli studi ed era maestra, come sempre aveva sognato, riuscì anche ad avere il posto di insegnante in una scuola sita lontano da casa e che raggiungeva con una sua piccola automobile, ma con la possibilità dopo qualche anno di chiedere il trasferimento e ritornare vicino a Fagher. Nel frattempo sperava tanto nell’arrivo di un bambino che però tardava a farsi annunciare. Arrivò prima il trasferimento alla scuola elementare di Fagher paese dove trascorsero alcuni anni di vera felicità sia pur turbati da questa gravidanza che non arrivava. Per la verità cominciarono a venire a galla anche dei dissidi dapprima flebili ma con l’andar del tempo sempre più pressanti relativamente al loro tenore di vita. In dettaglio Menico era sempre più interessato alla sua montagna ed a tutto quello che vi si riferiva tanto da arrivare ad occupare intensamente tutta la sua giornata ed in definitiva tutto il suo tempo. La moglie considerava tutto questo una vera e propria ossessione che impediva alla famiglia di poter avere dei diversi modi di vivere nei quali si curasse la cultura partecipando a spettacoli teatrali a convegni sulla storia che lei piaceva tanto ma soprattutto quello che non tollerava lei era questa occupazione quasi maniacale del lavoro di guardiacaccia del marito che lo portava ad impostare convegni fuori orario per la salvaguardia dei boschi, per l’organizzazione del turismo in montagna, per l’incremento della attività inerente i boschi di conifere ecc. Come arrivava a casa Menico era sempre impegnato in discussioni su queste montagne, questi boschi, questi animali selvatici mentre i suoi ragionamenti sulla cultura, sulle ferie con istruttive visite di città d’arte erano sempre lasciate da parte. C’era a Fagher una officina meccanica dove lei portava la sua vetturetta a riparare e dove trattava spesso con il figlio del titolare che eta un pò più giovane e che aiutava il lavoro del ladre nei periodi liberi dallo studio molto appassionante per lui. Con questo giovane ragazzo la signora parlava molto volentieri di arte di storia di teatro anzi si recava spesso in anticipo per ritirare la sua vettura allo scopo proprio di scambiare due parole finalmente dedicate alle materie che lei prediligeva. Come detto lei era molto bella e questa frequentazione diventò eccessiva e alle volte comprensiva dei piccoli percorsi con la sua piccola automobile aventi in teoria lo scopo di verificare il funzionamento della vettura riparata ma in realtà per godere di una compagnia sempre più piacevole che qualche volta comprendeva delle brevi soste al bar per sorbire frettolosamente un caffè e fermarsi qualche minuto in più. Ciò che piaceva ad ambedue era la discussione sulle materie classiche della storia, del teatro, del nascente cinema, dei grandi passi che si stavano profilando nella tecnica. Addirittura il ragazzo confessò che il suo sogno segreto era quello di andare a studiare in Inghilterra per la qualità degli studi che vi si potevano fare ed inoltre per impadronirsi della lingua inglese che a suo dire avrebbe aperto la sua speranza segreta che era quella di addirittura un giorno a lavorare in America poiché erano ben noti i grandi passi nella tecnica di quel paese. Questo entusiasmo piaceva molto alla signora che ne restava incantata ad ascoltarlo veramente affascinata anche se c’erano alcuni anni di differenza tra le loro età. Gli incontri cominciavano ad infittirsi ma creavano dei rimpianti in ambedue perché erano profondamente onesti e mai avrebbero trasceso oltre i limiti della correttezza neppure con minime manifestazioni di un affetto forse desiderato ma mai messo nemmeno in fase di dubbio espresso formalmente.

Dall’altra parte la famiglia Bertelle del meccanico era la classica famiglia benestante dei piccoli paesi dove il lavoro dell’officia meccanica di riparazione delle vetture e rivendita di quelle usate consentiva un tenore di vita agiato nel mentre il figlio era un bravo ragazzo dedito allo studio e senza grilli per la testa.

Quando cominciarono a serpeggiare in paese pettegolezzi sulla troppa amicizia con la moglie di Menico con vari commenti che accennav no slommessamente anche alla diversità di anni, Bertelle, classico montanaro tutto d’un pezzo, chiamò a colloquio il ragazzo al quale disse che la cosa doveva assolutamente finire fin dal nascere ed infatti gli comunicò che, visto e considerato che egli aveva più volte manifestato il desiderio di andare a studiare in Inghilterra, egli doveva immediatamente trasferirsi a studiare a Londra sicuro che in questo modo si risolveva il problema.

Il giorno della sua partenza i saluti alla moglie di Menico furono esageratamente freddi dando a capire ad ambedue quanto dolore in realtà albergava nei loro cuori.

Un altro personaggio caratteristico del paese era Giovanni il macellaio. La immagine che lo potrebbe definire in breve comprendendovi anche tutti i suoi famigliari, era quella di una modestia tanto esagerata da ritenerla perfino falsa. La sua macelleria non poteva diventare, come accaduto alla bottega del barbiere, un luogo dove i clienti in attesa del loro turno avessero preso l’abitudine di introdurre gli scarsi argomenti che un paesino così modesto poteva offrire per poi andarli a completare nel vicino bar a bere un caffè seduti al tavolino e tutto ciò per il semplice motivo che il macellaio cercava di stroncarli sul nascere invocando la moralità che doveva contraddistinguere i veri montanari come erano i presenti, moralità che bisognava basare sempre su fatti concreti evitando assolutamente i pettegolezzi che egli non accettava nel suo negozio. Nella macelleria, in sostanza, si doveva venire soltanto per comperare le derrate alimentari prendendo esempio dal macellaio stesso che mai si perdeva in chiacchiere ma badava soltanto di fare bene e sollecitamente il proprio lavoro. Quello che sosteneva spesso era la necessità di comportarsi seriamente ed attivamente alla esecuzione dei compiti che ad ogni montanaro erano stati assegnati semplicemente per essere nati e vissuti in montagna.

Questo comportamento del macellaio contrastava con il suo modo di vivere in una casa bellissima contornato da personale di aiuto in tutti i settori da quello vero e proprio inerente alla macelleria, alla favolosa casa di abitazione, al giardino lussureggiante di piante ornamentali ed alle vetture di cui era molto appassionato e che cambiava continuamente aggiornandosi frequentemente con le automobili di ultimo tipo conservandole in gran numero nel suo grande garage dove si trovavano anche diversi camioncini e furgoni che più che servire veramente per il lavoro di macellaio, soddisfacevano la sua grande passione per i motori in genere.

L’ultimo personaggio che viene descritto è Carlo, un montanaro vero con una forza fisica ed un coraggio fantastici. Rocciatore spericolato, lavoratore instancabile dei campi e del bosco coltivava però dei concetti di base troppo rudi. Prima di tutto era un bracconiere indefesso. Per lui ad un abitante della dura montagna spetta tutto quello che la montagna stessa gli può dare. La cacciagione, molto praticata, deve essere, quasi per una questione di principio, quella proibita in quanto la selvaggina migliore è proprio quella catturata fuori periodo prefissato dalle leggi sulla caccia e senza avere alcuna licenza di nessun genere che egli considerava solo un furto di denaro comminato alla povera gente che viveva dei prodotti della natura. Il rifornimento della legna da ardere per riscaldarsi d’inverno la si va a prendere dove si trovano i faggi migliori. Basta tagliare un po’ qua un po’ di là nei ricchi boschi di proprietà del Comune e quindi anche suo e della sua famiglia. Il taglio lo si doveva fare di nascosto in modo che nessuno potesse accorgersene quindi con brevi interventi svolti per di più nelle giornate festive o negli orari serali. Tutto questo era compensato da una grande attività lavorativa di operaio tuttofare atta a coprire con ottimi risultati tutte le richieste che gli venivano rivolte. Il tutto era promosso da un’intelligenza ed una prontezza di riflessi incredibili. Tanto per fare un esempio una volta in automobile con un amico stava percorrendo a bassa velocità una stradina di montagna che costeggiava un ruscello quando ha chiesto di fermare l’auto perché aveva visto una trota nel ruscello. Ora vien da chiedersi come può una persona vedere un pesce in quella situazione. Un altro episodio rappresentativo di Carlo si è verificato durante un sopralluogo fatto con un geometra ad una stretta valle rocciosa. L’andata fatta scendendo per la ripidissima parete con l’aiuto di corde da arrampicata non presentò problemi. Invece al ritorno tutto in verticale mentre Carlo in un baleno arrivò in cima al tratto in cordata, non fu lo stesso per il tecnico il quale non riusciva più a superare l’ultimissima tratto. Ebbene Carlo , con la sua forza prodigioso stando inginocchiato sulla cima e vista la grande difficoltà in cui si trovava il geometra nell’ultima parte della risalita verticale in roccia e tanto grave da indurlo a minacciare di lasciarsi andare sul precipizio, lo prese per per i capelli che portava sempre molto molto lunghi e sollevandolo di peso lo riportò sopra. Il geometra ebbe modo di dire che nessun dolore gli aveva fatto quello strappo ai capelli ma invece lo aveva fatto felice essendo quasi miracolosamente riuscito a farlo rinascere sollevandone tutto il peso tutto il con la forza del suo braccio. Ecco Carlo era tutto questo: una forza prodigiosa ed un intuito velocissimi in un corpo da bracconiere di qualità eccelsa. La cosa più vera è il fatto che Carlo è fondamentalmente una persona onesta e corretta e quelle mancanze che riesce a fare nel suo cervello gli appartengono in virtù dell’enorme lavoro che egli compie ogni giorno e per una legge naturale che egli reputa superiore ad ogni vincolo di legge essendo quest’ultima soltanto una regola inventata dall’uomo e quindi falsa.

UN AVVENIMENTO STRAORDINARIO – LA COSTRUZIONE DELLA DIGA DI FAGHER

In questo ambito di vita semplice e relativamente povera accade un avvenimento straordinario: una società di produzione e vendita di energia elettrica decide di costruire proprio vicino al paese di Fagher una diga di ritenuta facente parte di un grande impianto idroelettrico che si estende anche al di fuori del confine comunale. E’ da rilevare che in quegli anni ed in paesi come Fagher l’attività edilizia non esisteva per nulla. Non si ricostruivano n’è strade nè ponti e nè altro tipo di opere pubbliche. Anche l’edilizia privata languiva miseramente essendo la mentalità generale troppo fresca dei problemi della guerra quando mancavano di tutto perfino delle derrate alimentare necessarie per un sia pur modesto tenore di vita. L’arrivo improvviso in un ambiente del genere di un assieme di grandi opere com’erano quelle che costituivano un impianto idroelettrico ,riempì tutta la popolazione della grande speranza di poter finalmente soddisfare io sogni cullati da sempre che nell’ordine pervadevano la costruzione di una casetta d’abitazione, il poter fare delle vacanze soprattutto al mare ed infine di poter far frequentare ai giovani delle scuole superiori rispetto a quelle elementari . E’ anche ben chiaro nella mente dei valligiani che l’avvio delle grandi opere avrebbe comportato anche la nascita di attività complementari come quella di piccole impresse edilizie atte ad eseguire piccole opere accessorie , oppure la manutenzione degli impianti meccanici piccoli e grandi necessari per l’esecuzione delle opere. Infine grandi lavori sono preceduti da una serie di impegni preparatori e, primi tra tutti, i rilievi topografici dell’ampio territorio direttamente interessato dalle opere, l’acquisto di tutte le aree e la posa in opera di punti trigonometrici o di cui si spiegherà nel  prosieguo  .

Si deve precisare come, ai tempi della storia non esistessero le possibilità dei nostri giorni nei quali, grazie alla presenza dei satelliti e di elaborati programmi per computer nonché di splendide strumentazioni topografiche, il posizionamento sul terreno di qualsiasi tracciato è diventato estremamente facile ed assolutamente preciso. Stiamo invece parlando degli ultimi anni ‘40 ed in quel tempo, per posizionare e con grande esattezza le opere dell’impianto idroelettrico, bisognava creare localmente una apposita rete topografica chiamata rete di triangolazione in quanto costituita da una serie di grandi triangoli affiancati tra di loro e materializzati in loco tramite i punti trigonometrici posti nei vertici dei triangoli di cui si è detto. Una caratteristica fondamentale di ogni punto trigonometrico era quella di essere visibile come minimo dagli altri due vertici di uno stesso triangolo. A tale scopo nella progettazione della rete si aveva cura di posizionare.i.punti trigonometrici nelle maggiori alture o comunque in zone prive di ostacoli come edifici, alberi o dossi del terreno che impedissero la visibilità reciproca di ogni vertice del triangolo con gli altri due.

Per rendersi conto della precisione necessaria in questo lavoro topografico basterà considerare le lunghe gallerie destinate al trasporto delle acque di ogni impianto idroelettrico, le quali venivano sempre realizzate incominciando con gli scavi in galleria dalle due opposte estremità del tunnel nel mentre il perfetto allineamento planimetrico ed altimetrico dei due lunghi tronconi contrapposti doveva assicurare la coincidenza dei due fronti di scavo alla fine del loro percorso effettivamente realizzato con la galleria. Devo aggiungere che il momento dell’abbattimento dell’ultimo diaframma che separava le due testate che avanzavano l’una di fronte all’altra, veniva calorosamente festeggiato in quanto comprovava la perfezione del lavoro di scavo eseguito sulla base dei tracciati compiuti con le modalità casalinghe di cui ho detto.

Balza agli occhi la tecnologia moderna che esegue la costruzione delle stesse gallerie tramite enormi frese automatiche che avanzano da sole nel sottosuolo, essendo comandate ed esattamente controllate da sistemi automatici posti negli uffici.

Per rendere evidente il progresso raggiunto si segnala come una delle grandi difficoltà un tempo incontrata nella costruzione delle gallerie come quelle del costruendo impianto idioelettrico di Fagher, era allora costituita dalla presenza di acqua di falda nei terreni soprastanti i lavori, acqua che si infiltrava nello scavo della galleria con ardui problemi sia di costruzione del manufatto e sia di tenuta della roccia sottoposta al maggior carico dovuto proprio dalla presenza dell’acqua . Nei casi più disperati si è anche verificato il cedimento delle armature in legno di sostegno della volta con totale riempimento improvviso e per di decine di metri di galleria da parte di materiale ghiaioso il quale in qualche caso ha addirittura provocato la morte dei lavoratori presenti ed improvvisamente sommersi dalle sabbie e ghiaie miste all’acqua e venute dall’alto.

Con i moderni mezzi di scavo e rivestimento delle gallerie, le enormi frese comandiate da computer e quindi in quasi totale assenza di personale all’interno della galleria, hanno la possibilità di immettere nel fronte di scavo dell’acqua in pressione che impedisce qualunque intrusione di acqua esterna e quindi tutela dai tanto temuti pericoli di franamento .

Si è detto della rete trigonometrica anni 40 la quale presenta degli aspetti così complessi da apparire come assolutamente incredibili ma la sua storia riveste a mio avviso degli spunti curiosi ed interessanti. Un esempio eclatante è quello della misura delle distanze da un vertice all’altro dei grandi triangoli che oggi potrebbe venir fatto semplicemente da un raggio laser mentre allora non esisteva assolutamente alcun modo né complesso né semplice come il laser stesso per poter determinare con precisione misure di lunghezza o distanza lineare . L’unica determinazione che allora si poteva fare in loco con la massima precisione era soltanto quella dell’apertura angolare dei lati dei triangoli anche se di dimensioni molto ampie. La precisione dell’angolo era data dal fatto che ogni misurazione in gradi, primi e secondi, veniva ripetuta con strumenti di precisione almeno una dozzina di volte scegliendo diverse condizioni di tempo meteorologico e modalità di misura diversificate. L’angolo da utilizzare era definito dalla media aritmetica dei valori letti che dovevano essere al minimo in numero di dodici e, per maggior precisione escludendo da tale novero tutte le letture che si discostassero troppo dalla media. Una volta terminati i rilievi delle apertura angolari dei lati di tutti i triangolagli che compongono la rete con la precisione precisata, restava da assolvere comunque il problema di definizione della lunghezza dei lati dei triangoli medesimi le quali come detto non erano determinabili con misura in diretta. Sussisteva un elemento che molto interessante e che in effetti costituisce la base di tutto il sistema di rete. Per il calcolo di tutta la rete sarebbe bastato conoscere un solo lato di un solo triangolo (lato che assume il nome di base di tutta la triangolazione) oppure di due basi quando si volesse , oltre al calcolo delle coordinate cartesiane di tutti i trigonometrici, anche effettuare la verifica della precisione del lavoro. Ebbene, vista la grandissima importanza che assume la misura della lunghezza della base e visto e considerato che, come sappiamo, non esisteva allora alcun metodo di misura diretta delle lunghezze, si sceglieva come base un terreno pianeggiante e della lunghezza totale di circa un chilometro, dove veniva fissata la base la cui lunghezza veniva sempre definita con misure angolari ma questa volta suddividendola in piccoli tratti di circa trenta metri la cui estensione era misurata usando una stadia orizzontale da 2 metri esatti e che forniva la lunghezza precisa in funzione della misura dell’angolo al vertice. La somma di tutte le tratte, ognuna di circa trenta metri, dava la lunghezza effettiva della base la quale, introdotta nei calcoli, assegnava tutta la triangolazione le lunghezze dei lati mancanti fino a raggiungere la deteriorazione esatta di tutti i vertici cioè dei punti trigonometrici

Nel nostro caso però, accadde che la conformazione reale del territorio non sempre ha permesso di trovare posizioni adatte per piazzarvi i punti trigonometrici essendo talvolta resa impossibile la visione reciproca dalla presenza delle alte conifere dei boschi che costituivano una insuperabile barriera continua. La decisione che fu necessario prendere è stata quella di richiedere ed ottenere dal competente ufficio forestale l’autorizzazione ad aprire delle strette corsie rettilinee tramite il taglio di lunghe file di alti alberi . Vedremo più avanti come una sola di queste strette corsie aperta in mezzo ai boschi di abeti costituisca il luogo determinante per lo svolgimento della storia e per tale motivo sarà spesso e specificamente nominata.

L’INIZIO DEI LAVORI DI COSTRUZIONE DELLA DIGA

Passa circa un anno di preparazione e finalmente incominciano i lavori di costruzione della diga.

Al paese di Fagher arriva l’impresa assuntrice dei lavori con operai e mezzi d’opera che apportano un miglioramento notevole della vita paesana. Molti valligiani vengono assunti direttamente dall’impresa e possono quindi disporre del loro stipendio mentre anche la preesistente attività si arricchisce in molti servizi del paese come negozi, alberghi e piccole pensioni, nuovi affittacamere o pensioncine che offrono in affitto gli appartamenti necessari per alloggio delle famiglie di maestranze dell’impresa e della direzione dei lavori composte rispettivamente da un migliaio di operai ed una ventina di impiegati, quest’ultimi adibiti alle varie attività di direzione lavori. Il beneficio economico di tutto il paese si fa subito apprezzare per l’aumentata frequentazione dei vari negozi e per l’incremento di lavoro delle preesistenti ed anche di quelle sorte nell’occasione per svolgere nuovi compiti molto remunerativi. Ad esempio la piccola officina Bettega, che provvedeva in regime normale alle riparazioni delle poche vetture dei residenti, subì un notevole incremento avendo l’incarico di manutenzione di automezzi di tutti i tipi che venivano impiegati nei nuovi grandi lavori. Lo stesso fenomeno interessò i piccoli negozi molti dei quali si ingrandirono per fronteggiare le aumentate richieste di derrate di tutti i tipi. Da segnalare il caso specifico della locale macelleria la quale , già da tempo caratterizzata da un notevole giro di affari reso evidente dall’elevato tenore di vita del titolare e dalla splendida villa d’abitazione ed infine dalle diverse automobili di lusso che usava, fu oggetto di un immediato ampliamento ed arredo del locale macelleria cui fu affiancato un altro ampio spazio per la lavorazione e la conservazione delle carni.

Un’altra caratteristica positiva del paese fu quella che riguarda il lato piacevole e istruttivo della vita paesana con cinema, sale da ballo, rivendite di libri e giornali ed infine di ristoranti.

L’arrivo dell’impresa che aveva l’importante incarico di costruire la diga fu festeggiato da una bella cena avente lo scopo di farsi conoscere ed allo stesso tempo di entrare bene nel paese. Per essere più consoni all’ambiente quella serata si basò su un piatto importante e cioè la carne di capriolo. Alla cena partecipano le autorità ed i maggiorenti del comune ivi compresi il guardacaccia Menico, il Macellaio Giovanni, il titolare Bettega della officina meccanica di riparazione auto ed in genere tutte le persone che rivestivano un ruolo di una certa importanza nella vita locale ed infine il direttore dell’Impresa che aveva assunto l’incarico di eseguire tutte le opere sotterranee come trivellazione di sondaggio della roccia, iniezione cemento e sostanze di rinforzo ed impermeabilizzazione della roccia ecc. ecc.

Durante e dopo la cena ci si intrattenne a lungo su problemi del posto. In tale frangente il guardacaccia Menico illustrò l’importanza dell’ambiente naturale ribadendo l’attenzione da egli posta nella sua conservazione con particolare riguardo alla cacciagione che egli conosceva essere tanto amata quanto doveva essere anche rispettata.

Il macellaio si presentò come rappresentante virtuale di tutta la cittadinanza del paese Fagher ed esordì magnificando l’occasione unica che si presentava a Fagher di realizzare una vera rivoluzione poiché i nuovi grandi lavori avrebbero offerto a tutti un benessere economico da utilizzare per migliorare ed addirittura impostare nuove attività in tutti i campi da quello turistico in primo piano, a quello dell’istruzione da dare a tutti i giovani, alla lavorazione del legno, agricoltura ed ai prodotti caseari. In poche parole il macellaio Giovanni invitò tutti i presenti ad attivarsi per il progresso immediato e futuro del paese ribadendo che l’esecuzione di grandi opere era un’occasione da non perdere. Per quanto riguarda se stesso si impegnò da subito ad ampliare la sua attività con nuovi locali attrezzati di tutto punto per la lavorazione e la conservazione e vendita di carni sempre pregiate ed ottime. Arrivò anche parlare della passione ormai tramontata che era proprio quella della caccia al capriolo ed alla ottima carne che un tempo ne derivava.

L’uditorio fu anche molto attento al racconto di alcune modalità di costruzione della diga raccontate dal direttore dell’impresa. Innanzitutto venne spiegato che la ubicazione della nuova diga era stata decisa in prossimità della imponente parete della montagna che dominava il panorama di Fagher per due motivazioni. La prima, determinante, era l’andamento del terreno naturale che, oltre a presentare una marcata stretta della vallata che si prestava ottimamente per ubicarvi la nuova diga, consentiva la creazione un bacino artificiale molto ampio e quindi un bellissimo lago posto al piede della altissima parete rocciosa della montagna e che avrebbe dato molto lustro al paese e nel contempo la possibilità del suo sfruttamento per la produzione di notevoli quantitativi di corrente elettrica la quale, come ben noto, costituiva una delle necessità fondamentale per il lancio industriale italiano del dopoguerra. Un secondo scopo di quella ubicazione della diga era data dalla presenze di una prominenza della montagna e cioè una vera e propria collina interamente composta di roccia e posta in adiacenza della parete, collina dal cui scavo si sarebbe potuto ricavare tutte le ghiaie e le sabbie necessarie per confezionare il calcestruzzo necessario per i lavori.

Molto interessante il racconto delle modalità che si sarebbero adottate per ottenere gli inerti necessari per l’impasto degli enormi volumi di calcestruzzo che avrebbero composto il corpo diga. In dettaglio si era già finito lo scavo di un pozzo in roccia il quale. dalla cima di quella collina, arrivava verticalmente fino alla sottostante piccola galleria anch’essa già costruita. Il programma di lavoro prevedeva che lo scavo della sommità della collina avesse luogo in modo da formare un vero e proprio cratere a forma di cono rovescio destinato a diventare sempre più ampio man mano che procedeva il fabbisogno di inerti nel mentre gli spezzoni di roccia provenienti dallo scoppio delle mine sarebbero precipitati da soli tramite il pozzo già citato e ubicato al fondo del cono rovescio per giungere a gravità nella sottostante galleria ed essere là raccolti e trasportati in successione nel vicini impianti di frantumazione, vagliatura ed infine di betonaggio destinato all’impasto del calcestruzzo. Tutta questa procedura di ampliamento del cratere di scavo con le mine proseguita per tutta la durata dei lavori, avrebbe comportato la totale demolizione della collina al posto della quale sarebbe sorto un ampio pianoro circolare lasciato a disposizione della comunità locale la quale avrebbe potuto ricavarvi un giardino oppure utilizzarlo a qualunque altro scopo sia sportivo che di apertura di un mercato ovale o di qualunque altra attività.

Il racconto di tutta la procedura che avrebbe portato piano piano alla totale demolizione della collina sembrò impressionare in una maniera tanto particolare il guardiacaccia Menico da farlo abbandonare il suo consueta comportamento corretto e signorile per farlo diventare irascibile . I presenti finirono per giustificare questo inusitato atteggiamento con il dispiacere provato dal guardacaccia a causa della la grande trasformazione che avrebbe subito l’ambiente naturale provocata appunto dalla sparizione della collina, ambiente al quale il guardiacaccia si sapeva teneva in maniera particolare.

Molto belle le foto mostrate dal tecnico della grande gru chiamata derrik con due lunghe braccia l’una verticale e l’altra inclinabile e già piazzata in alto su di una delle due spalle in roccia della diga ed atta, con la sua variabile inclinazione, a raggiungere tutto lo spazio di lavoro per portarvi il calcestruzzo appena impastato e qualunque altro attrezzo o mezzo di lavoro. Il tecnico spiegò anche che in cantiere esisteva un grande e robusto telaio pavimentato e tutto in legno, contornato da una robusta ringhiera di protezione che, tramite il derrik, diventava una platea mobile in grado di volare per portare persone a bordo fino in prossimità delle pareti in roccia ed anche dei paramenti della costruenda diga per poter verificare da vicino la situazione dei lavori. Precisava il tecnico che quando si partecipava a quei sopralluoghi aerei sembrava veramente di volare con un silenzioso elicottero.

A sua volta il direttore dell’altra impresa destinata alla esecuzione di sondaggi ed iniezioni nel sottosuolo, raccontò un dettaglio che nessun ospite conosceva. Infatti il lavoro principale che avrebbe eseguito la sua ditta era la formazione di un diaframma di impermeabilizzazione delle spalle e del fondo diga, avente una profondità di circa duecento metri e che in pratica costituiva un effettivo prolungamento sotterraneo della diga ottenuto dal consolidamento della roccia in posto ed atto a garantire la tenuta idrica delle pareti di roccia sulle quali la diga stessa si appoggiava. Egli precisava che, a diga finita e funzionante, la sua ditta avrebbe provveduto a colorare le acque del lago artificiale formato dallo sbarramento artificiale, mediante una polvere verde intenso chiamato fluorescina la quale in caso di perdite del lago attraverso le fessure della roccia rimaste aperte nonostante le molte iniezioni di cemento già fatte , sarebbe riuscita a colorare i ruscelli posti a valle. In questo caso si sarebbe dovuto continuare ad iniettare cemento nel sottosuolo fino ad ottenere a la perfetta tenuta idrica delle opere,

A cena finita Menico fu nuovamente invitato dal suo vicino che nella realtà era un suo cugino Antonio di calmarsi perché aveva già dato una brutta impressione con le poche parole adirate che aveva espresso nei confronti della demolizione della collina. Menico ribattè un particolare importante in quanto sosteneva che quella collina nella realtà era, almeno in parte, di sua proprietà e che gli era stata estorta con un trucco per venderla alla società di costruzione della diga. Si trattava di un argomento infelice che egli non riusciva a tollerare per il modo usato nei suoi riguardi, non solo, ma altresì per molti dei proprietari dei terreni rocciosi che allora non avevano alcun valore venale ma, come era a tutti noto, era destinato a salire di valore con la prevista costruzione della diga. . Antonio lo pregò di precisargli di cosa si trattava in dettaglio ma il guardacaccia non disse più alcuna parola sull’argomento che rimase totalmente incognito.

In realtà la notizia della totale distruzione della collina allo scopo di ricavare le ghiaie e sabbie di costruzione della diga, provocò un vero trauma interiore al guardiacaccia dovuto a due distinte motivazioni. In primo luogo l’offesa al il suo profondo amore per la montagna in genere e per quella del proprio paese la quale veniva ora sottoposta ad una mutilazione, a suo parere, assolutamente inaccettabile. In secondo luogo per il danno economico personale che lo addolorava non tanto per l’ammontare del denaro che a suo avviso e sia pur in maniera legale gli veniva sottratto anche se per un importo che tutto sommato aveva un ammontare molto modesto, lo addolorava quanto invece per l’affronto che veniva fatto ai suoi antenati che in tempo immemore si erano procurati quella proprietà con grandi sacrifici. Il guardiacaccia non riusci a superare il disagio interiore che lo aveva assalito tanto da decidere di agire in modo molto attivo.

Egli infatti organizzò delle riunioni spiegando che la demolizione di una parte notevole del fronte montagna, costituito dalla collina rocciosa, avrebbe costituito in una modifica sostanziale ed intollerabile del panorama dalla quale scaturi la costituzione di un comitato il cui scopo sarebbe stato quello di opporsi in tutti modi alo scavo della collina. La popolazione del paese si divise in due fronti il primo dichiaratosi contrario alla demolizione della collina si mantenne disposta a far parte del comitato Altri i vece erano contrari perché convinti che l’azione del comitato avrebbe comportato ostacoli alla immediata costruzione della diga e alla partenza di quei grandi lavori appena iniziati e dai quali il paese si attendeva notevolissimi benefici.

Nel mentre il comitato proposto da Menico tardava a costituirsi, i avori dell’impresa continuavano Finita l’installazione degli impianti di produzione dell’inerte di confezionatura del calcestruzzo ed il laboratorio prove dei materiali, ebbe inizio la costruzione vera e propria della diga con il cantiere al completo ed il paese di Fagher che godeva, come detto, di un elevato benessere. Opportuno precisare come il citato laboratorio prove era veramente la struttura di progetto e controllo di tutti i materiali usati, del calcestruzzo del ferro di armatura.

E’ interessante notare l’importanza che, durante la confezionatura del calcestruzzo da gettare entro le casseforme, riveste la pezzatura delle sabbie e delle ghiaie che venivano ricavate dalla distruzione della collina rocciosa. Detto in maniera semplice tutti gli interstizi che sono presenti nelle varie pezzature a cominciare dalle ghiaie più grosse, devono essere occupate dalla ghiaia di pezzatura inferiore per tutta l’intera serie di pezzature in modo che al momento della confezionatura non debbano sussistere spazi vuoti. Allo scopo il laboratorio prove avrebbe vagliato tutte le pezzature in uscita dall’impianto di frantumazione e stabilito le percentuali da mescolare nella massa degli inerti sulla base di una determinata curva ottimale. In questo modo gli spazi esistenti nella ghiaia più grossa sarebbero stati razionalmente riempiti dalla ghiaia avente dimensioni via via inferiori nel mentre il procedimento sarebbe continuato fino ad arrivare alle pezzatura più piccola i cui vuoti tra elemento ed elemento sarebbero stati riempititi dalle sabbie anch’esse di diversa pezzatura . Da notare che , allo scopo di erigere una diga di caratteristiche tecniche elevate , durante i getti del calcestruzzo sarebbero stati regolarmente confezionati dei cubetti da 20 cm di lato i quali, dopo il necessario periodo di presa del cemento sarebbero stati schiacciati da un’attrezzatura di controllo che ne avrebbe verificato di fatto la resistenza agli sforzi

Man mano che passava il tempo si registrava anche una recrudescenza dei dissidi tra guardacaccia e popolazione la quale, constatato il benessere che in realtà derivava alla popolazione tutta dai grandi lavori disertò completamente il comitato che finì per comprendere soltanto una parvenza di iscritti con Menico quale presidente

Allo stesso tempo apparve ancora più brillante la vita famigliare del macellaio con lavori di abbellimento della sua villa e del giardino nel mentre l’aspetto esteriore del macellaio e dei suoi famigliari si manteneva nella migliore correttezza e soprattutto senza mai magnificare verbalmente la sua aumentata agiatezza.

UNA NOTIZIA TRAGICA

A poche settimane di distanza dall’inizio a Fagher dei grandi lavori arriva una notizia tragica: è morto il guardacaccia Menico essendo scivolato nel dirupo che scende dalla posizione del trigonometrico posto in fondo ad una delle corsie ricavate tra i pini. La notizia sembra incredibile per la ben nota maestria di Menico nel muoversi in montagna da esperto scalatore. Una prova troppo labile dell’incidente accaduto a Menico era data dalla situazione del dirupo lungo il quale risultano degli strappi alla vegetazione chiara prova che dovevano essere stati provocati da un essere vivente che lungo il precipizio deve avere tentato in ogni modo di salvarsi aggrappandosi ai cespugli.

Dall’autopsia risultò che il decesso era proprio dovuto ai gravissimi urti del corpo contro la parete di roccia non avendo riscontrato né ferite di arma da fuoco né lesioni da armi da taglio come coltelli oppure da percosse come colpi di bastone o pugni. Anche l’esame degli apparati digerente e circuito sanguigno risultarono esenti da fattori lesivi per la salute della persona fatta eccezione, come detto, dei gravissimi urti contro la roccia e contro il suolo al momento finale della caduta.

Vennero fatte delle approfondite indagini ma la questione non venne affatto archiviata per morte accidentale venendo ancora a mancare la dimostrazione certa delle modalità effettive dell’incidente accadiuto a Menico

Gli abitanti di Fagher erano sconvolti ed increduli. Non ritenevano possibile che Menico fosse scivolato da quel punto in quanto in corrispondenza del trigonometrico esiste, come già spiegato, una piccola piazzola costruita proprio per piazzare lo strumento di rilievo.

Nella sala di attesa del barbiere già nota per essere considerata una specie di centro discussioni e pettegolezzi, si parlava continuamente tra clienti e barbiere di quella morte inspiegabile di Menico il guardacaccia, raccontando anche la recente cena alla quale avevano partecipato molte persone tra le quali anche lo stesso Menico.

In tutti i bar del posto ed anche nella macelleria si confabulava in continuazione della ferale notizia. Un bel giorno venne raccontata una vicenda che fece scalpore e pose molti interrogativi. Il personale di lavoro alla diga era venuto a conoscenza che il geometra e i tre danneggiatori, tra i quali c’era anche Carlo, nel percorrere quella corsia tra i pini costruita per poter fare i rilievi, avevano notato una capriolo femmina che si era in anteprima infilata anche lei nella stessa corsia tra i pini e continuava a camminare davanti a loro non avendo il coraggio di tornare indietro a causa della loro presenza. Si asserì che che nella mente del capriolo senz’altro il geometra ed i tre canneggiatori di aiuto apparivano in veste di cacciatori armati di fucili da caccia e non già di innocui strumenti topografici come era nella realtà. Il racconto continuava con un finale a sensazione. Il capriolo, una volta arrivato in fondo della corsia dove si trova il punto trigonometrico non vide più alcuna via di fuga in quanto la fittissima vegetazione del bosco dei due fianchi della corsia gli appariva non percorribile mentre davanti a lui c’era soltanto un dirupo ripidissimo ed assolutamente non agibile nemmeno da un animale come lui esperto delle pendici montane. In realtà venne a verificarsi esattamente una condizione così disperata per la povera bestia che prese la tragica decisione di di suicidarsi buttandosi a capofitto nel vuoto.

Finito il racconto degli operai si prosegui con illazioni e dubbi ed ipotesi le più impensabili e riguardanti la morte del guardacaccia che fino a quel momento si supponeva avvenuta precipitando dallo stesso dirupo dove invece risulterebbe essere stato il capriolo a buttarsi.

Tra le varie ipotesi figurava anche l’affermazione in base alla quale nel dirupo non fosse affatto precipitato Menico ma invece il solo capriolo . Qualcuno sostenne a spada tratta che non si poteva restare indifferenti, che la morte di Menico costituiva un grave lutto per tutto il paese e che bisognava assolutamente fare qualcosa per approfondire l’argomento.

Una ardita eventualità espressa è statala la circostanza che Menico non fosse affatto morto per la caduta nel precipizio considerato e cjhe invece in quel precipizio fosse soltanto deceduto il capriolo mentre Menico avrebbe potuto esservi stato portato dagli assassini per farvi figurare l’incidente di montagna cui si era attribuita la tragica morte. Tutto questo risultò inattendibile a seguito dei risultati dell’autopsia del corpo fatta senza trovar nessun altro movente di morte all’infuori delle ferite gravi provocate proprio dalla roccia sulla quale aveva sbattuto violentemente il povero Menico.

Il dubbio sulla morte effettiva di Menico comincia a serpeggiare sempre di più e la gente prosegue con le ipotesi più disparate.

La causa della morte ritenuta la più evidente,anche se in realtà considerata impossibile, era sempre la attività del comitato anti diga portato avanti proprio dalla persona deceduta la quale in realtà stava lottando per far almeno sospendere i lavori in attesa di accertare la loro mancata congruenza con l’ambiente naturale di Fagher e delle sue montagne soprattutto in considerazione della demolizione totale di una parte essenziale della montagna stessa costituita dalla collina rocciosa. La disgrazia accaduta a Menico in realtà provocò la fine del comitato anti diga nel mentre i grandi lavori poterono continuare secondo i programmi prestabiliti non essendoci più alcuna contrarietà rispetto agli stessi. Ciò contribui all’intensificarsi delle illazioni da parte di coloro che attribuivano la colpa dell’assassinio di Menico al pericolo da egli rappresentato nel sorgere della diga .

Qualcuno ha addirittura trovato dei collegamenti, in totale assurdità, tra l’assassinio e la vicenda del figlio del meccanico Bettega che , da innamorato qual’era della moglie di Menico potesse aver architettato chissà quale delitto per poter aspirare alla sua amata. Questa supposizione era avvalorata dal fatto che il ragazzo era tornato da Londra proprio il giorno dopo la morte del guardiacaccia.

Altri hanno messo in dubbio la morte del capriolo per suicidio ritenedola una pura trama ordita da Carlo il bracconiere per salvarsi dai pericoli che Menico avrebbe potuto procurargli nei ripguardi delle sue mancanza legali in fatto di caccia.

A tutto questo bailamme di chiacchere vanno ad aggiungersi le strane parole del macellaio il quale, mentre era solito stigmatizzare i pettegolezzi della sua clientela ma in questa occasione infrange invece ogni regola di comportamento compreso l’obbligo di tutela, sia durante che al di fuori del suo lavoro, della privacy dei suoi clienti, arrivando al punto di divulgare notizie in base alle quali Carlo da tanto tempo non sarebbe più ricorso alla macelleria per comprare carne di capriolo come faceva un tempo: Come mai? Forse la causa dell’assassinio sarebbe da ricercare nella grande contrarietà che sussisteva in paese per l’eccessiva rigorosità di Menico nel punire qualunque mancanza dei paesani nei confronti dell’ambiente flora o fauna. Si pensa possibile che qualcuno sia arrivato al limite della sopportazione ed abbia risolto con l’assassinio il problema in maniera definitiva

A sua volta Antonio il cugino di Menico raccontò la faccenda della collina da spianare che aveva tanto indispettito Menico in quanto ingannato dalla vendita del terreno operata a suo dire con procedure illegali. Si poteva anche supporre che da questo atto notarile abusivo fossero derivati dissidi così forti da portare all’assassinio di Menico teso alla cessazione di ogni inerente controversia . Fa fede in questo senso la vera isteria che invadeva Menico al solo sentir parlare dello spianamento della collina rocciosa la quale, a suo dire era anche di sua proprietà effettiva.

ARTEMISIO – IL GRANDE INVESTIGATORE

Da questa ridda di soluzioni che altro non erano se non veri parti di fantasia mossi da un avvenimento cosi tragico e caratterizzate dalle motivazioni le più astruse, i parenti di Menico arrivarono ad una importante decisione: dare incarico ad Artemisio, un investigatore privato che ha studio in una lontana città ma di grande fama e quindi in grado di dirimere tutte le mille dicerie sulla morte del povero guardacaccia.

L’investigatore Artemisio accettò l’incarico giudicato molto complesso e per lui molto interessante. Tra l’altro Artemisio era il nome di una antica città greca successivamente soppresso nello spesso modo con cui viene soppressa ora la collina rocciosa di Fagher

Artemisio si affretta subito a collegare tra di loro gli avvenimenti : Carlo che non va più dal macellaio a comprare carne di capriolo, un capriolo che si suicida proprio nel precipizio dove risulta sia morto o comunque precipitato anche Menico il guardiacaccia che è stato trovato esanime proprio ai piedi di quel dirupo dove, invece, potrebbe anche essere stato trasportato da malviventi per sviare le indagini anche se questa soluzione è smentita dai risultati da autopsia.

Un altro possibile colpevole potrebbe essere trovato tra i responsabili della società proprietaria della diga in quanto preoccupati dai problemi che sarebbero potuti sorgere a seguito del comportamento di Menico e del Comitato anti diga da lui presieduto.

Per quanto riguarda la caduta dal dirupo esiste una sola certezza ed è quella che vi sia sicuramente caduto il capriolo mentre il fatto che vi siano precipitati a poca distanza di tempo uno dall’altro sia il capriolo che Menico provoca seri dubbi nella mente di Artemisio

L’investigatore passò poi all’interrohgatorio dei tre canneggiatori ed il geometra di cantiere diga presenti il giorno della risalita lungo la corsia boschiva preceduti dal capriolo e tutti raccontarono lo stesso fatto ma Carlo ebbe delle titubanze strane che insospettirono e indussero l’investigatore a visitare la sua casa quando Carlo stava al lavoro allo scopo di poter interrogare la moglie sul capriolo che loro mangiavano spesso . La moglie confermò è una carne che piace molto e della quale lei conserva ancora delle porzioni nel frezer.

Il primo dubbio di Artemisio fu quello di ritenere Carlo autore del delitto. Questa la sua ipotesi. Carlo era un abituale bracconiere che probabilmente aveva approfittato più volte di cacciare nel bosco privo di regolari permessi. In quel momento si sentiva in doppia colpa per aver in quel giorno nascosto la faccenda del capriolo che per giunta era anche una femmina e che in seguito egli stesso ed i suoi famigliari hanno giorno dopo giorno mangiato senza denunciare il ritrovamento al guardiacaccia . Non era da escludersi che Carlo avesse chiesto a Menico di fare un sopralluogo al trigonometrico adducendo lo scopo di raccontargli una storia interessante di caprioli suicidi. Una volta giunti al posto Carlo, per spiegare in dettaglio come era avvenuto il suicidio, avrebbe indotto Menico ad avvicinarsi al dirupo onde convincerlo della pericolosità del posto e poi, visto Menico sporgersi verso il basso per vedere bene la situazione, avrebbe approfittato per dargli una spinta che lo avrebbe liberato per sempre da tutte le paure non solo dovuta all’attualità del capriolo ma anche da pregresse sue molte colpe. Tra i fattori che giustificano questa ipotesi vi sono la reticenza dimostrata da Carlo nel raccontare, ed il fatto che la moglie asserisce della molta carne di capriolo in frezer ed inoltre la piena congruità con la autopsia fatta al cadavere di Menico.

Artemisio vuole anche approfondire la storia del capriolo suicida e riesce a scoprire una verità: è vero che diversi caprioli si sono suicidati come raccontato nell’ avvenimanto di Fagher ma sussiste un fattore determinante. Tutti i suicidi di capriolo noti ai cacciatori erano accaduti ad una condizione “sine qua non” essendo nella realtà verificatisi soltanto se il sopravveniente suicidio dell’animale fosse stato preceduto da ostinati e lunghi inseguimenti attuati da esperti cacciatori e soprattutto da mute di veloci ed instancabili cani, inseguimento che, essendo durato ore ed ore, aveva portato la povera bestia ad una stanchezza e ad un terrore ineguagliabili e spesso estremamente dolorose perché accompagnate da ferite appena provocate da armi da fuoco. Nel caso in questione queste condizioni non si erano affatto verificate ed era logico supporre che la situazione fosse completamente diversa, totalmente fuori dell’ordinario e quindi da non ritenere veritiera.

In definitiva l’investigatore si convinse che il capriolo di cui si tratta in realtà non stesse affatto passeggiando tranquillamente davanti ai tecnici come affermato da tutti ma che invece fosse reduce da una dura fuga causata dall’inseguimento di cacciatori, e da mute di cani , inseguimento di cacciatori che improvvisamente, alla sola vista dell’animale da catturare che si incamminava nella corsia tra gli alberi dove stavano procedendo anche i tecnici, subì un’interruzione che ad Artemio apparve subito motivata da una evidente ragione : si trattava di una caccia con delle anomalie forse anche illegalità gravi e da dover essere tenute nascoste a tutti. In altre parole sussisteva una partita di caccia caratterizzata da un comportamento sospetto per qualcosa di illegale da nascondere. L’investigatore si chiese : ma come può essere che un cacciatore proprio quando intravede il diminuire della possibilità di fuga della preda che egli sta inseguendo da ore ed ore, proprio quando essa si incammina lungo un cul de sac come quello della corsia nel quale diventa semplice catturarlo e proprio allora i cacciatori vi rinunciano?. La cosa apparve sempre più inspiegabile e per l’investigatore e questo dubbio obbliga l’esecuzione di un approfondimento specifico. In dettaglio, indagando in lungo ed in largo l’investigatore viene a a sapere che non molto lontano dai luoghi di cui si parla si trova una stradina nascosta trai i boschi con un’osteria dove i cacciatori sono soliti al mattino presto rifocillarsi prima di iniziare la caccia. Vi si porta velocemente per ricercare informazioni. Si presenta come l’investigatore Artemisio ( molto noto nella zona) e vorrebbe sapere se qualcuno in una mattinata vicina a quella della morte di Menico il guardiacaccia ben noto in tutta la zona, si ricordasse della sosta nell’osteria di cacciatori.

La risposta è stata affermativa. Essendo un giorno non facilmente dimenticabile, ci si si ricorda che qualche giorno prima o dopo quella data fatidica nella quale è morto il guardiacaccia si è fermato un gruppo di cacciatori con cani. L’oste è in grado di fornire ad Artemisio anche delle informazioni su caratteristiche somatiche delle persone e dei cani forse utili per poter rintracciarne qualcuno di quegli avventori del tutto sconosciuti ai gestori dell’osteria.

Artemisio lascia all’oste il suo recapito telefonico pregando di essere informato qualora lo stesso gruppo di cacciatori dovesse a ripresentarsi a far la colazione mattutina che precede una loro battuta di caccia.

In seguito Artemisio riesce ad avere notizie precise e viene a galla che si tratta di cacciatori non locali ma che girano in lungo e largo per svolgere l’attività di caccia in grande stile.

Esaminando tutte le soluzioni possibili arriva alla ipotesi che la morte di Menico possa anche essere stata provocata da questa associazione di cacciatori che, preoccupati di essere scoperti per le loro continue infrazioni delle leggi sulla caccia, devono provvedere quanto prima alla eliminazione dello stesso guardiacaccia Menico. In realtà Artemisio conferisce a questa ipotesi un solo valore: quello di mettere in dubbio la soluzione precedente in base alla quale sarebbe stato Carlo il colpevole. Nella sua mente egli vede l’esistenza, per il momento solo immaginaria, di una vera organizzazione che compie atti illegali a lungo raggio riuscendo ad entrare in possesso di notevoli quantitativi di carni pregiate di contrabbando a cui corrispondono ovviamente buoni introiti economici nel mentre uno dei maggiori ostacoli al proseguimento di questa illegale attività era proprio Menico il quale potrebbe addirittura essere stato in procinto scoprire questa tresca. Di qui l’interesse dei cacciatori a liberarsi di lui. Quello che manca totalmente ad Artemisio è una prova di veridicità di questa supposizione molto logica ma la quale, pur non essendo suffragata da alcuna prova, potrebbe anche essere totalmente differente da quella vera..

La situazione tanto contorta continua a tormentarlo ed un bel giorno pensa di effettuare delle ricerche approfondite sulla personalità di Menico. Si informa di tutta la sua parentela e viene a sapere che ha un cugino residente in un paese vicino e chiamato Antonio. Lo va a trovare e questi a gli certifica che suo cugino era una persona molto competente, appassionato del suo lavoro, molto bravo e corretto in tutti i sensi e con il quale egli ed è sempre andato d’accordo. Artemisio insiste nel chiedere se sia mai intervenuto anche attraverso gli anni qualcosa di strano nella vita di Menico. A quel punto Antonio si ricorda della cena e dei momenti di grande nervosismo che avevano assalito Menico tanto da averlo indotto più tardi ad approfondire il perché, senza però riuscire a sapere in dettaglio di cosa asi trattasse. Antonio all’inizio affermò che il dolore particolare ammesso da Menico era una questione di presunta proprietà della collina dove si trovava la cava di roccia destinata alla costruzione della diga. Aggiunse che secondo lui a tutto ciò si aggiunse il dispiacere provato dal guardiacaccia per la sparizione cui sarebbe stata soggetta la collina medesima e da cui derivava un grande cambiamento del panorama naturale. Antonio poi comunica la costituzione del comitato anti diga organizzato proprio da Menico ma che, con la sua morte, è scomparso nel nulla.

Artemisio decise di approfondire l’argomento ed in primo luogo effettuò la ricerca degli atti notarili con cui la società acquistò i terreni dove si stava costruendo la diga. Si trattava di una procedura molto semplice in quanto gli atti notarili sono tutti annotati nei registri notarili che sono pubblici.

Dalla lettura di quegli atti, stipulati un decennio prima, risultavano due tipologie di acquisto. Una gran parte dei terreni erano stati acquistati da privati in maniera del tutto normale mentre per qualche altro piccolo appezzamento di terreno roccioso si erano incontrate difficoltà in quanto, proprio per la loro scarsa consistenza ed il loro basso valore commerciale, da anni ed anni erano stati completamente dimenticati dai successori dei legittimi proprietari a loro volta deceduti molto tempo prima. Al momento di effettuare la stesura degli atti di vendita alla società proprietaria della diga, si scopriva che numerosi valligiani erano in realtà morti da molto tempo mentre figuravano ancora comproprietari della collina e quindi impossibili da rintracciare per firmare gli atti di vendita stessi. Il notaio specificò nei vari atti l’emissione di una nova legge avente proprio lo scopo di facilitare la messa a punto di queste intestazioni irregolari di molti terreni soprattutto montani e di scarso valore commerciale, di cui nessuno si interessava per niente da anni ed anni . La facilitazione concessa legalmente era la seguente. In tutti i casi di terreni di scarso valore ed intestati in comune a molte persone decedute da decine e decine di anni sarebbe stato sufficiente che una persona del posto e proprietaria dei terreni adiacenti si dichiarasse proprietaria anche di quei piccoli appezzamenti ed il notaio avrebbe potuto redigere l’atto anche senza la presenza dei legittimi proprietari che risultavano morti da moltissimo tempo. Nel caso specifico risultava un dato interessante. La persona che, nel caso dei terreni dove venne costruita la diga si dichiarò proprietaria di tutta l’aerea di proprietà incerta, fu proprio il macellaio Giovanni di Fagher il quale, essendo proprietario di una parte dei terreni si dichiarò ufficialmente proprietario di tutta l’area della collina in roccia vendendola alla società costruttrice della diga per una cifra abbastanza elevata come risultò dagli stessi atti di vendita.

Artemisio in possesso di questa storia torna da Antonio e gli chiede lumi sulla vicenda. La risposta è la descrizione di molti colloqui avuti con Menico il quale, indispettito per il comportamento del macellaio non solo per aver combinato quel pasticcio di vendita di terreni non suoi ricavandone del denaro ma ma anche organizzando, una vera tresca di cacciatori che procurava carne buonissima a varie macellerie uccidendo delle povere bestie in contrasto con le legislazioni sulla caccia vigenti. Antonio precisò anche che suo cugino Menico dovrebbe aver sporto delle intimidazioni al macellaio richiedendogli di cessare immediatamente l’attività dei cacciatori di cui egli non aveva delle prove certe altrimenti lo avrebbe già denunciato per il duplice reato di caccia abusiva e di aver venduto dei terreni che sia pur in piccola parte erano di proprietà dello stesso Menico.

A questo punto appare chiaro come l’investigatore considerava probabile la soluzione dei problemi. La persona responsabile di una serie di reati era proprio una di quelle più in vista al paese e quella che figurava corretta e priva di comportamenti illeciti . Questa persona era proprio Giovanni il macellaio il quale ad un certo punto si era trovato minacciato della denuncia di una serie di reati da parte di un addetto al controllo e che é al corrente di delle sue malefatte sia pur in maniera approssimativa. Questa persona era il guardacaccia Menico del quale, nell’opinione di Giovanni, era necessario trovare il modo per farlo stare in silenzio,

Nella l fantasia di Artemisio il delitto avrebbe potuto svolgersi nel seguente modo . Il macellaio Giovanni avrebbe invitato Menico ad un sopralluogo in corrispondenza del trigonometrico con la motivazione di trasmettergli personalmente la descrizione importante dell’accaduto al capriolo cui teneva tanto Menico. Una volta sul posto sarebbe stato facile trovare il modo di per spingere Menico giù dal dirupo con una morte facilmente attribuibile ad incidente di lavoro.

Il problema di Artemisio ora si riduceva nel dirimere il dubbio tra le due diverse soluzioni molto simili nel percorso cioè quella di Carlo oppure di Giovanni e soprattutto avere in mano elementi di prova delle stesse.

Egli si convince che, per avere le prove deve preparare per tempo il terreno ma non ha proprio idea di come fare. La sua fervida fantasia gli fa osservare la propria mancanza di non aver mai interpellato i superiori di Menico presso l’ufficio provinciale del corpo forestale dello stato del quale faceva parte anche Menico. Chiede un appuntamento con il comandante di detto ufficio e vi si reca per esaminare se sussiste qualche possibilità. Dal colloquio risulta che Menjco era un elemento ottimo e che la sua perdita era stata grave sotto tutti i punti di vista. Artemisio si fa spiegare le funzioni del corpo forestale dello stato e chiede in dettaglio se avendone bisogno. poteva usufruire della presenza di una guardia atta a certificare la sussistenza di gravi fatti inerenti il bracconaggio di carni provenienti da caccia illegale..

Gli viene spiegato che per da un sopralluogo del genere occorre predisporre un mandato di perquisizione motivato da precise ragioni.

Questa volta aArtemisio si sente finalmente sicuro di conoscere come erano andati i fatti anche se mancava una vera prova prova per poter incriminare Giovanni per i suoi misfatti.

Un bel giorno la fortuna lo assiste. E’ mattino presto presto e riceve una telefonata dal titolare dell’osteria dove erano soliti far colazione i cacciatori ed alla quale aveva lasciato il proprio recapito telefonico. L’oste comunicava un avvenimento che aveva delle incongruenze. Erano appena stati a far colazione i cacciatori di cui avevano parlato qualche tempo addietro e che, fatta la colazione, erano subito partiti per la battuta di caccia, caccia che secondo l’oste costituiva un’azione illecita di bracconaggio in quanto in quel periodo la caccia era chiusa. Artemide si informò telefonicamente per avere conferma sulla possibilità di predisporre già il mandato di perquisizione della macelleria di Giovanni , su richiesta dell’investigatore in quanto gli avvenimenti stanno precipitando avendo egli fondati sospetti di irregolarità gravi. Fatto questo Artemisio si portò subito a Fagher in zona nascosta vicino alla macelleria dove rimase in macchina fuori dalla vista del Macellaio. Per tutta la giornata senza notare nulla di anormale alla luce del giorno ma dopo l’imbrunire vede arrivare in furgone che scarica numerosi animali morti ma ancora da squartare

La sera stessa mandò in telegramma al comandante che conosceva sollecitando a disporre per l’indomani un controllo ufficiale di una guardia forestale che lo accompagnasse per visitare la macelleria di Giovanni un quanto aveva dei sospetti precisi.

Nel sopralluogo dell’indomani Artemsio e la guardia forestale e trovarono il macellaio che stava scuoiando gli animali che erano arrivati la sera precedente di cui fu facile dimostrare essere di provenienza illegale. Artemisio ebbe l’accortezza di visitare anche il vasto garage retro macelleria dove erano ricoverati automezzi di tutti i tipi.

Importante far rilevare la facoltà molto spiccata e dell’investigatore che lo induce ad osservare con occhio critico tutto ciò che si trova vicino o lontano del luogo in cui sta facendo il suo sopralluogo. Egli del tutto spontaneamente osserva e registra nella memoria tutto quello che vede attorno a sé a finanche dettagli che non hanno alcuna attinenza con lo scopo di ogni suo sopralluogo ma che gli offrono a posteriori una grande possibilità: quella di rivedere nella sua mente l’intero assieme osservato e di assegnare ad ogni oggetto una funzione immaginarla ma da sottoporre poi ad un esame approfondito. Nel caso specifico del sopralluogo al garage del macellaio era rimasto impresso nella sua mente un mezzo di trasporto del tutto inconsueto e per questo da riesaminare attentamente.

L’oggetto che non riusciva ad allontanare dalla sua mente era un piccolo motocarro a tre ruote tipo Ape Piaggio che sfigurava totalmente nei confronti degli altri raffinati e funzionali furgoni sia con ampia cabina posteriore a tre porte e sia a cassone scoperto a forma di camioncino che figuravano ben allineati nel garage

L’investigatore non riusciva a capire la utilità di tale veicolo quando il garage del macellaio disponeva di tutti quei mezzi di categoria e di utilità ben superiore all’Ape tanto da indurlo a cercare lumi da un esperto come Bettega il titolare della officina di riparazione automezzi sita a Fagher per chiedergli qualche notizia sull’uso locale dei motocarri Ape

. Bettega gli disse una cosa molto interessante. C’era a Fagher un operaio che per lungo tempo ha lavorato al seguito del topografo che, prima dell’inizio dei grandi avori della diga ed usava normalmente un motocarro Ape ed era Carlo, presso il quale avrebbe avuto notizie più dettagliate.

L’immediato incontro con Carlo fu ricco di elementi molto interessanti. Carlo aveva lavorato alla formazione topografica della rete di triangolazione che consisteva in continui sopralluoghi a punti trigonometrici siti in alta montagna ed in posizione raggiungibile solo tramite strette viuzze molto accidentate alle quali si sarebbe dovuti transitare a piedi portando a spalle gli strumenti topografici di rilievo della rete. Ad un certo punto fu proprio Carlo a far presente al geometra che invece di andare a piedi si sarebbe potuto benissimo usare il motocarro Ape in quanto la sua larghezza inferiore ad un metro e mezzo ed il suo cambio con una prima marcia talmente ridotta da imprimere una velocità di corsa appena maggiore della marcia a piedi ma però in grado di percorrere, proprio per la sua bassa velocità, abbastanza agevolmente quei sentieri stretti ed accidentati. In effetti la gran parte dei rilievi si poterono attuare raggiungendo con tale mezzo tutti i punti trigonometrici fino al completamento della rete. Carlo aggiunse che, finito quel lavoro topografico ed essendosi divulgata la notizia , a Fagher anche altri valligiani si erano dotati di motocarro Ape proprio per poter accedere agevolmente a zone montane servite da stretti sentieri e poter facilmente trasportare a casa piccoli carichi di legna.

L’intervento di Carlo fu molto illuminante per Artemisio perché aveva capito che il macellaio tra i suoi mezzi possedeva. come molti alari valligiani, anche l’Ape Piaggio perché era in quei tempi l’unico mezzo disponibile e che fosse in grado di percorrere con carichi modesti sentieri accidentati di montagna. Ma soprattutto aveva finalmente chiare in mente e le modalità che sinistramente erano state adottate per confezionare in maniera opportuna e nascosta l’assassinio di Menico. La procedura appariva ora chiarissima. Menico non era stato ucciso né da armi da fuoco, da lame taglienti né da coltelli o altri attrezzi contundenti ma invece era stato addormentato con un trucco qualsiasi e quindi trasportato proprio con l’Ape di Giovanni fino al ben noto trigonometrico da dove era poi stato fatto precipitare nel dirupo onde fargli trovare morte provocata dalla caduta lungo la altissima parete rocciosa. Da rilevare come il farlo cadere dal dirupo roccioso in stato di dormiente come effettivamente sarebbe stato fatto, era pur sempre una persona viva che ha trovato la morte proprio sbattendo violentemente contro la roccia in perfetta sintonia con le considerazioni della polizia. In altre parole l’assassinio di Menico è stato perpetrato nell’unico modo esattamente congruente con quanto certificato nell’autopsia ed inoltre con una metodologia difficilissima da scoprire.

In questo senso si può sostenere che è stata l’inventiva e l’accortezza dell’investigatore a riuscire in questo intento di estrema difficoltà.

La vicenda ebbe termine con Artemisio che tornò dal Comandante del Corpo Forestale dello Stato per raccontargli tutta la procedura immaginata e per la cui conferma era adesso necessario requisire l’Ape di Giovanni sperando di trovare in quel mezzo qualche reperto atto a dimostrare che vi era stato trasportato Menico.

Venne fatto il sequestro e la ricerca portò alla conferma della permanenza del cadavere di Menico nell’Ape essendovi stato scoperto qualche piccolissima traccia di sangue, di pelle umana e di capelli che, mediante il raffronto con analoghi piccoli referti rintracciatati a casa del guardiacaccia con l’ausilio della moglie , sono risultati appartenere a Menico.

Finite le sue indagini l’investigatore Artemisio incontrò la vedova del guardacaccia accompagnata da Antonio il cugino di Menico e presentò un’ampia relazione su quello che aveva scoperto invitandola a presentare denuncia al macellaio Giovanni e dichiarandosi pronto a fare egli stesso da testimone nella sua veste di persona a conoscenza dei fatti

Nel processo l’imputato Giovanni si dichiarò innocente insistendo a lungo nel non aver mai organizzato alcuna tresca di cacciatori abusivi ma di aver solo comperato da loro della carne che riteneva regolarmente procacciata. Soprattutto sostenne di non aver assolutamente niente a che fare con la morte di Menico.

L’andamento del processo cambiò totalmente a seguito dell’intervento di Artemisio il quale produsse un’arringa completa e convincente che catturò l’attenzione e la curiosità di tutti i presenti giudici ed avvocati compresi e soprattutto convincendo l’itero uditorio della colpevolezza dell’imputato

L’argomento base dell’arringa consisteva nelle motivazioni che avevano in realtà spinto l’imputato all’uccisione del guardacaccia, considerato elemento molto pericoloso che aveva ormai intuito l’insieme delittuoso e pertanto era da sopprimere.

L’mputato Giovanni da tempo si serviva di alcuni cacciatori i quali lo rifornivano sistematicamente di carne di provenienza illecita in quanto cacciata in totale dispregio delle leggi vigenti. In questo modo egli appoggiava una attività illegale contrastata fattivamente dal guardiacaccia.

Oltre a questo una decina di anni addietro egli si era spacciato abusivamente come effettivo proprietario di terreni che invece erano in comproprietà di alcune persone tra le quali figurava anche il guardiacaccia . Quest’ultimo, venuto a conoscenza della realtà delle cose anche in virtù del suo impegno di guardiacaccia, aveva iniziato a prendere contatto con l’imputato stesso onde approfondire la verità prima di dar corso agli adempimenti di legge.

A questo punto Giovanni,che sentiva imminente la diffusione in paese delle sue fruttuose ma illegali imprese, architettò un diabolico ma arguto piano di eliminazione del guardiacaccia ritenuta l’unica risotrsa per poter continuare impunito nella sua solita attività.

Avendo deciso che, trattandosi proprio di un guardiacaccia , la soluzione migliore consisteva in una ben studiata simulazione di un incidente montano nel quale Menico avesse casualmente trovato morte in una delle nelle sue frequenti missioni di alta montagna , l’imputato, scartata completamente una morte da arma da fuoco oppure da ferite mortali provocate da coltello o da qualsiasi mezzo contundente le quali gli avrebbero comportato grosse difficoltà di difesa, decise di farlo precipitare da un alto dirupo a cui avrebbe senz’altro fatto seguito una constatazione ufficiale di morte dovuta ad incidente montano. Entrando nel dettaglio egli non pensò affatto di usare la forza per scaraventarlo dal dirupo vista anche la prestanza fisica di Menico bensì di addormentarlo prima con un potente sonnifero facilitando una perfetta simulazione di incidente casuale in quanto si sarebbe sempre trattato di un vivente che, sia pur addormentato, ha comunque trovato la morte in seguito alle gravi ferite provocate dalla roccia contro la quale avrebbe sicuramente sbattuto nel cadere

Scelto il posto dove farlo precipitare, la strategia era così completa :

– avere un incontro in casa propria ufficialmente motivato dalla opportunità di discutere delle note questioni,

– somministrargli un forte sonnifero mescolato con la bibita

– caricarlo ben coperto da un tendone sul motocarro Ape Piaggio di sua proprietà che, come documentato da numerosi piccoli ritrasporti reali, in quei tempi costituiva l’unico mezzo in grado di percorrere, sia pur a lentissima velocità, lo stretto viottolo che portava alla testa del dirupo. Là giunto sarebbe stato uno scherzo gettare Menico addormentato dal dirupo.

– da rilevare come una morte come quella descritta sarebbe stata poi perfettamente congruente con i documenti dell’autopsia fatta al cadavere

La realtà è stata proprio quella descritta e la prova è data dalla presenza nel motocarro Ape di proprietà dell’imputato, di frammenti di pelle,sangue e capelli che, come risulta dai documenti in atti, erno proprio di Menico il guardacaccia.

La conclusione della storia del paesino Fagher vide chiarita la morte di Menico con la condanna di Giovanni per assassinio premeditato e dei cacciatori di frodo per le loro illegalità. Carlo il bracconiere dal punto di vista processuale non fu nemmeno citato nè interpellato.

Tutto il paese, commosso per un avvenimento così truce accaduto ad una persona estremamente corretta e molto apprezzata per la sua cura del patrimonio ambientale come era Menico, si strinse con la vedova tanto disperata per gli avvenimenti che avevano distrutto la sua famiglia facendole facendole mancare un marito cosí rigoroso espletamento del suo lavoro ed al quale voleva veramente bene estendendo a sua volta riamata dal marito.

Il giovane figlio del meccanico locale Bettega si premurò di andare a porgerle le più sentite condoglianze ringraziandola delle belle discussione fatte in gioventù. Nel porgerle quello che sarebbe stato l’ultimo saluto le confessò che la perdita di Menico avvenuta in quel modo lo aveva così sconvolto da farlo decidere di allontanarsi da Fagher per restare in America dove aveva trovato quel lavoro tanto sognato e di restarvi in maniera definitiva ritenendo impossibile immaginare nella sua mente qualunque altra soluzione considerata ora ancora più impossibile di prima che i loro rapporti cambiassero al di fuori di una sincera amicizia.

POST SCRIPTUM

Precisazioni dell’autore.

Ritengo necessario precisare che molti degli avvenimenti compresi nel racconto “Il guardiacaccia” , non sono altro che episodi in realtà vissuti dall’autore ed inseriti nel testo con lo scopo preciso di farne una speciale archiviazione disponibile a tutti i lettori. Il secondo scopo consiste nella speranza che tali avvenimenti destino la curiosità e quindi ,l’interesse di chi legge essendo, a mio parere, degli episodi, degli usi e dei modi di lavorare veramente straordinari e del tutto sopraffatti dal progresso che li ha sostituiti in maniera molto più efficace ma sicuramente meno bella.

Ritengo opportuno riportare alcuni esempi.

Chi scrive ha lavorato, con compiti non secondari, nella costruzione di opere straordinarie come sono gli impianti idroelettrici ed in particolare le dighe di sbarramento tra le quali io ho seguito quattro esemplari: che sono: La diga di Rocca d’Arsiè (BL) (1954), La diga di Stramentizzo (1954-55) sita in comune di Castello di Molina di Fiemme (TN), quella di Val Noana (1958) sita in Trentino in comune di Imer, ed infine quella di Valvestino (1962) facente parte dell’impianto reversibile di Gargnano (BS) .

Tra gli episodi del racconto anche quello fondamentale relativo al suicidio del capriolo è realmente accaduto come raccontato. Io ero il geometra con tre canneggiatori che stavamo camminando nella corsia ricavata in un bosco di fitti abeti alla estremità della quale si trovava il punto trigonometrico cui appoggiarsi per il tracciamento delle opere. Davanti a noi stava correndo un capriolo femmina il quale arrivato in fondo alla corsia e non trovando scampo si è effettivamente gettato nel vuoto. Il Canneggiatore che ho chiamato Carlo ma il cui nome vero era Silvio si era reso conto esatto dell’accaduto ma è rimasto zitto senza aggiungere alcun commento. Dopo una settimana ci ha invitato ad una cena in casa sua dove abbiamo mangiato quel capriolo che, sono le sue parole, non si poteva lasciar marcire nel fondo valle.

Il geometra che è stato salvato da Silvio/Carlo tirandolo per i capelli, ero ancora io durante dei rilievi nella Val Stua in Comune di Imer. E’ una stretta valle colto scoscesa e le cose sono andate esattamente come raccontato nel testo.

Sempre Sivio era il personaggio che mi ha fatto fermate la Ieep con la quale risalivamo la Val Noana perché aveva visto una trota nel vicino ruscello.

Infine Il tecnico che assieme agli strumenti topografici e ai canneggiatori di aiuto si recava in alta montagna con l’unico mezzo in grado allora di farlo e cioè l’Ape Piaggio ero sempre io.

Farei ancora rilevare come i calcoli topografici venivano fatti a mano non esistendo allora alcun tipo di calcolatrice. Si usavano invece i logaritmi i quali, come noto, consentono di trasformare le moltiplicazioni in addizioni e le divisioni in sottrazioni cioè in operazioni che si facevano facilmente a mano anche quando si trattava di moltiplicare o dividere numeri di molte cifre e decimali.

Un’ultima cosa. Al paese di alta montagna dove sono nato io è stato veramente assassinato mentre era in servizio in montagna un vero guardiacaccia che si chIamava Menico. Di quel Menico reale non si è mai saputo nulla,

Chi avesse interesse a conoscere meglio l’interessante avventura topografica anni 50 legga l’articolo “la topografia pratica degli anni 50.”