ARTEMISIO ED IL CLOCHARD

INTRODUZIONE

La disgraziata vita di un barbone, terminata tragicamente, fornisce nel racconto il pretesto per descrivere come cambiano gli usi ed i costumi anche al trascorrere di periodi relativamente brevi. Dopo aver preso in esame alcuni aspetti della vita di un tempo non remoto si entra nel settore del legno cioè di un materiale molto importante che viene esaminato nei suoi modi di utilizzo ed anche di approvvigionamento con mutamenti che nel periodo citato assumono caratteristiche così rilevanti da ritenere necessario fissarle sulla carta. Il legno, nel racconto, diventa la causa della tragedia che ne rappresenta il fulcro.

I TEMPI E L’AMBIENTE

La storia si svolge negli anni ‘30 che precedono immediatamente la guerra in un paesino di tremila abilitanti posto in zona collinare veneta proprio ai piedi delle catene montuose. Il paese era stato interamente ricostruito negli anni 20 avendo subito una totale distruzione durante la prima guerra mondiale.

Le abitazioni, tutte molto simili per costituzione, consentivano una vita semplice ma totalmente priva di comodità. Era presente in tutte l’energia elettrica ma limitata all’alimentazione della luce con una sola lampadina che era appesa al centro di ogni stanza ma non esistevano per nulla le prese di allacciamento di quegli elettrodomestici che ancora non esistevano proprio. Sarà più tardi che comincerà ad arrivare per primo il ferro da stiro elettrico che, senza apportare modifiche di sorta all’impianto elettrico, verrà alimentato mediante l’inserimento nel porta-lampadina, che scendeva dal centro del soffitto della cucina, di un accessorio che oltre alla lampadina stessa sosteneva due prese contrapposte ed atte allo scopo. Ci vorranno ancora molti anni per dare il via a quelli che oggi sono i comuni elettrodomestici.

Determinante la mancanza di riscaldamento della casa nel mentre l’unica fonte di calore casalingo era rappresentato dalla legna da ardere usata nel focolare costituito dal camino posto in centro alla cucina o molto più frequentemente dalla cucina economica in ghisa appoggiata al muro perimetrale.

I servizi igienici erano costituiti da una casottino in legno o in muratura ubicato di solito dietro la casa. Era munito di sottostante buca scavata nel terreno ed adibita alla raccolta delle feci e dei rifiuti domestici : un materiale prezioso perché utilizzato per la concimazione, non si può dire se tutt’altro che salutare, dell’indispensabile orto. Quest’ultimo forniva gli ortaggi necessari alla famiglia. Normalmente, in aderenza alla piccola toilette, era presente una piccola porcilaia nella quale viveva il maiale che praticamente tutte le famiglie allevavano per poi ricavarne carni ed insaccati utilissimi e molto ben accolti da tutti i imponenti della famiglia grandi e piccini.

I servizi igienici non comprendevano alcuna apparecchiatura anche perché le case erano prive di acqua corrente.

L’acqua di casa era necessario andare a prelevarla dalle fontanelle pubbliche poste di solito ai bivi delle strade. Veniva usato un attrezzo chiamato “bigol” formato da un’asse di legno ricurvo e lavorato, da tenere sulle spalle con i due secchi sostenuti alle due estremità da due ganci in ferro.

Vicino alla toilette esisteva anche un piccolo spazio con le gabbie per i conigli, ulteriore fonte di carne mangereccia. La pelle della bestiola veniva rovesciata per avere all’esterno il pelo e poterla riempire di paglia onde farla seccare al sole e poi venderla per quattro soldi.

Nella corte era ricavato anche un recinto per le galline con una piccolo pollaio aperto dove esse dormivano e facevano le uova. Anche queste bestiole venivano utilizzate, oltre che per le uova anche per il brodo e per la carne.

Molte famiglie avevano la stalla per le mucche da latte. Il ricavato della mungitura quotidiana veniva portato alla latteria turnaria dove veniva in parte venduto direttamente all’apposito sportello mentre il rimanente prezioso liquido bianco veniva usato giorno per giorno da quel contadino aveva raggiunto un quantitativo totale di latte sufficiente per la produzione del burro e del formaggio.

La stalla produceva anche vitelli che venivano ceduti alla locale macelleria per la vendita della carne da mangiare.

Per ultimare la serie di animali domestici che finivano nelle pentole, si cita la casetta in legno per colombi di solito ubicata nelle piccole finestre della soffitta. I colombi erano liberi di volare alla ricerca del cibo per sé stessi e per i piccoli che alimentavano direttamente nel becco, Però quando i piccoli avevano appena messo le piume finivano anch’essi in padella.

Si capisce come la preoccupazione più importante della famiglia era superare le grandi difficoltà di allora per procurarsi il cibo in quantità sufficiente.

Per rendersene conto bisogna pensare a quello che accadeva d’inverno. Non appena la neve aveva ricoperto totalmente i campi e le alberature, gli uccellini trovavano grandi difficoltà e per ricuperare il loro cibo e per questo si avvicinavano alle abitazioni alla spasmodica ricerca di qualcosa che ne avesse la sembianza. Era allora che la padrona di casa infilava nella neve alcuni di quei sottili rami delle scope di saggina dopo averli ben spalmati di vischio mentre sulla neve spargeva qualche crosta di pane. I poveri uccellini, attirati dal pane che riuscivano a scorgere anche quando volavano in alto, scendevano di botto finendo per impigliare le ali al vischio e diventare quindi facili prede della padrona di casa che li preparava cotti alla perfezione.

Altri uccellini da mangiare potevano essere comprati a poco prezzo nei “roccoli” che esistevano in buon numero. Questi erano costituiti da un recinto in rete di filo ed a maglie piccole perché destinate a trattenervi impigliati gli uccellini. Al centro del recinto si trovava un casottino sopraelevato in legno dove stava l’addetto essendo munito di attrezzi rustici in legno somiglianti ad una racchetta da tennis. A terra e tutto intorno, erano sistemati in altrettante gabbiette i richiami cioè degli uccelli che con il loro cinguettio facevano scendere uccellini di passaggio. Quando l’addetto si accorgeva della presenza di questi nuovi arrivi, lanciava orizzontalmente dalla finestra un paio di rudimentali racchette in legno facendole girare nell’aria in modo da produrre un frastuono che spaventava gli uccellini facendoli volare raso terra per sfuggire ma in realtà per mandarli a sbattere contro la rete e farveli restare imprigionati.

Interessante anche raccontare le modalità di pulizia personale di tutti componenti delle famiglie non essendo le case dotate di servizi igienici posti all’interno. Il loro bagno aveva effettivamente luogo usando lo stesso mastello che serviva poi alla mamma per fare il bucato ed adoperando l’acqua calda riscaldata sulla cucina economica.

Il bucato della biancheria a sua volta avveniva nel citato mastello posizionandovi la biancheria coperta da un robusto panno bianco. Il detersivo di allora era la cenere ricuperata accuratamente dalla cucina economica e che, sciolta nell’acqua calda, veniva versata nel mastello al di sopra del panno bianco lasciandovela per circa un’ora. La successiva apertura del tappo del fondo mastello faceva uscire l’acqua di un colore giallastro dovuto alla precedente azione dilavante . Tolta la cenere bagnata tramite il robusto panno bianco, la biancheria risultava lavata ma doveva essere sottoposta alla risciacquatura che avveniva lontano da casa lungo un corso d’acqua od una roggia, allo scopo già munita di piano inclinato fatto con grosse pietre oppure con il legno, dove sbattere e risciacquare bene la biancheria in questione. Da tener presente che la cenere usata come detersivo non doveva provenire da legno di castagno in quanto contenente dei coloranti che rovinavano la biancheria. A tale scopo la massaia, quando faceva ardere il fuoco in casa, aveva cura di non adoperare mai del legno di castagno.

Si è ormai capito che le risorse economiche del paese erano veramente limitate . Se si escludono medico, farmacista, veterinario e qualche falegname e fabbro, tutta la rimanente popolazione del paese viveva dei proventi della campagna dove abbondava la frutta e soprattutto il mais dal quale derivava la ottima polenta. Esistevano delle famiglie contadine con vaste proprietà agricole e spesso con consistenti nidiate di figli che da adulti consentivano, con ol loro lavoro, di ritrarre dai prodotti agricoli discrete somme di denaro che permetteva di mantenere una vita agiata.

Un particolare veramente doloroso. I ragazzi venivano tutti impiegati nel lavoro dei campi fin dalla prima età e cioè fin dai tredici – quattordici anni tenuto presente che la scuola d’obbligo terminava con le elementari. Quei pochissimi ragazzi che avevano la fortuna di continuare con gli studi frequentando la scuola media, in paese erano disprezzati e catalogati come “i fannulloni del paese”.

LA VICENDA

Il primo personaggio da illustrare era chiamato “Canego” con un termine che a bella posta veniva ritenuto canzonatorio. Si trattava di un vero e proprio “sbandato” capitato casualmente al paese non si sa da dove né come. Non aveva nessun famigliare. Viveva da barbone dormendo sui fienili delle case contadine e soprattutto non avendo nessuna voglia di lavorare, il suo desiderio era quello di fare sempre e soltanto quello che gli passava per la testa. Raccontava che una decina di anni prima era stato chiamato da un amico dall’Australia dove questi asseriva c’era modo di lavorare e guadagnare tanti soldi. Difatti costui si era lí formata una posizione ed aveva modo di offrirgli lavoro.

Canego, fattosi mandare il denaro del viaggio, si era recato da lui ma aveva resistito poco tempo in quanto il lavoro da svolgere era troppo pesante per lui. Aveva provato a cambiare ma qualunque altro lavoro non lo soddisfaceva e, fattosi “prestare” nuovo denaro dal suo amico benestante, era tornato in Italia finendo casualmente al paese.

Per mangiare egli faceva dei lavoretti casuali come aiutare nella vendemmia dell’uva, rastrellare il fieno appena tagliato, commissioni di poco conto e tutti incarichi leggeri. Il poco denaro che ne ricavava gli serviva per mangiare qualcosa ma soprattutto per bere vino continuamente. L’ubriacatura finiva quando gli si presentava l’occasione di fare nuovi piccoli lavori. Uno di questi consisteva nell’aiutare un contadino la cui attività comprendeva anche dei trasporti di materiali molto pesanti che egli poteva svolgere utilizzando una coppia di robusti buoi che normalmente servivano per arare i campi per conto terzi. Era un lavoro che effettuava molto bene grazie ai suoi buoi che con la loro grande forza spingevano a fondo l’aratro nel terreno sollevando e rovesciando per 90 gradi la terra agricola di solchi eccezionalmente alti e quindi ottimamente preparati per ricevere la successiva semina.

LA FUNZIONE DI CANEGO

Occorre qui spiegare quale era la funzione svolta da uno scadente lavoratore come Canego. I trasporti che costituivano un’altra occupazione del contadino con i suoi buoi ed il robusto carro in legno, erano caratterizzati da un particolare importante. Visto e considerato che la gran parte dei trasporti in paese erano fatti con i cavalli e un comune carro in legno che molti paesani possedevano e mettevano a disposizione di chiunque ne avesse bisogno, il fortunato possessore dei buoi e di una annessa attrezzatura atta ai carichi pesanti, si era specializzato appunto nei carichi molto difficili. Il suo compito comprendeva il carico dei materiali sul carro che, nota bene, dovevano forzatamente essere fatti a mano tramite robusti lavoratori, comprendeva anche il trasporto e lo scarico quando nel punto finale di arrivo non fosse funzionante una gru o altro mezzo corrispondente. Sussisteva un dettaglio che sarebbe stato incredibile se non lo si avesse visto di persona a funzionare. La ragione è dovuta ad una qualità dei buoi i quali, non essendo assolutamente in grado di frenare il pesantissimo carro, devono sempre tirarlo con tutta la loro forza anche, in maniera che sembra del tutto irrazionale, quando il citato mezzo mobile con il suo notevolissimo peso, percorreva una strada in discesa. Per assolvere a questa condizione “sine qua non” durante i tratti di strada in discesa anche se molto ripida, occorreva regolare i freni del carro in maniera opportuna e variabile in funzione della pendenza della strada ma comunque in modo che i buoi fossero sempre in tiro. Ed ecco l’incarico assolto da Canego : egli doveva camminare sempre dietro al carro dove si trovava la “macchina” e cioè quella robusta manovella in ferro che, tramite un sistema a vite e corde metalliche, eseguiva l’azione di pressare i quattro freni , ognuno dei quali costituito da un grosso blocco di legno duro, che veniva energicamente forzato contro i cerchioni in ferro delle quattro ruote del carro stesso. L’incarico era affidato sempre a Canego perché il resto del personale, non appena finita l’operazione di carico del carro, veniva lasciato libero e poteva avviarsi verso casa a piedi oppure con la bicicletta senza aspettare il lento procedere dei buoi. Invece per Canego l’unica ricchezza che possedeva era il suo tempo alla condizione che non ci fossero fatiche da fare.

IL LEGNO

Un altro personaggio di primo piano in questi racconto, chiamato Giuseppe, allora svolgeva in paese l’attività di commercio legname a partire dalla legna da ardere per arrivare al prezioso legname da lavoro consistente in essenze pregiate usate per i mobili, come il noce, il ciliegio, il pero ed altre essenze forti e molto belle ma anche altre meno pregiate e valide come ad esempio il castagno avente una caratteristica essenziale che lo distingueva ed era il diametro dei tronchi da cui ricavare le tavole di legno da mobili. Infatti mentre un noce aveva al massimo un diametro di trenta o al massimo quaranta centimetri, il castagno disponibile aveva tronchi di diametro sempre superiore al metro per arrivare spesso ad un metro e mezzo e raramente i due metri. La differenza sulle tavole di lavoro ricavate in segheria, era quindi notevole ed utile ma notevoli erano anche il peso dei tronchi e la difficoltà di carico sul carro e di trasporto che, nel caso appunto del castagno, presentavano grandi difficoltà dovute al fatto allora non superabile di dover esser fatto sempre a mano.

Per il suo magazzino Giuseppe utilizzava un’ampia area di terreno pianeggiante e sistemato con semplice pavimentazione in ghiaia e sabbia dove accumulava il legname sempre all’aperto in quanto non possedeva, come avviene ai nostri giorni, ampi capannoni ma lo faceva con due modalità distinte. La legna da ardere si presentava ai compratori in semplici cumuli, quella minuta ed in grosse fascine per lo più legate da sottili rami di salici molto flessibili, mentre quelle migliori com’era ad esempio il carpine in diametri più grandi si trovavano accatastate a parte.

Per la necessaria stagionatura/essicazione e per la conservazione delle tavole da mobilio di legno giovane perché proveniente direttamente dalla segheria, era necessario evitare nella maniera più assoluta che avessero da incurvarsi per effetto del sole e della pioggia. Giuseppe, allo scopo, manteneva, fin dal primo giorno di arrivo, le tavole perfettamente rettilinee accatastandole con precisione in orizzontale l’una sull’altra ma con un’intercapedine aerata di circa tre centimetri grazie a listelli distanziatori in legno aventi appunto uno spessore di tre centimetri. In conclusione nel magazzino del legno in vendita si potevano ammirare delle cataste ordinate nelle tre essenze di legno distinte in noci, ciliegi e castagni che erano di provenienza locale e quindi più rare e è più preziose ed inoltre altre cataste altrettanto ben ordinate di pini e larici provenienti dal Cadore dove c’era grande disponibilità grazie agli estesi boschi che venivano a turno rasi al suolo e ripiantati di resinose.

LA RACCOLTA DEL LEGNO DA LAVORO DI ORIGINE LOCALE

Giuseppe, il commerciante di legnami, era allora proprietario di una moto Guzzi con la quale perlustrava il territorio minutamente ponendo in particolare l’occhio sulle piante vive che avrebbero fatto al caso suo. Egli infatti era ben cosciente dell’importanza che aveva quella tipologia di legno da lavoro per la bellezza che risaltava una volta terminati e ben verniciati i mobili costruiti con quel legno pregiato e pertanto egli impiegava tutto il tempo disponibile alla non facile ricerca di piante da poter acquistare. Una volta individuata l’essenza di cui aveva convenienza di accumulo nel suo deposito, si offriva di comprarla, come si diceva “ in piedi ” dal proprietario spiegando che, in caso affermativo, avrebbe provveduto più avanti egli stesso al taglio ed al trasporto.

Quello di cui aveva bisogno era il potersi approvvigionare durante ogni singolo rifornimento non di piante diverse tra di loro ma invece di concentrare in ogni singolo trasporto una sola essenza per volta approfittando del fatto che le piante stesse restavano sempre di proprietà del contadino continuando a dargli i frutti. In conclusione Giuseppe poteva disporre di tutto il tempo che voleva non essendoci alcuna prescrizione di termini per il loro prelievo. Si deve confessare un caso nel quale il protrarsi del taglio è di fatto continuato così a lungo da costringere Giuseppe a comprare anche tutto il terreno occupato dalle piante. Sembra impossibile ma è accaduto veramente che una lunga serie di castagni comprata in piedi sia ancor oggi a distanza di molti decenni, di proprietà degli eredi di Giuseppe i quali, anche ai nostri giorni, raccolgono ogni anno le moltissime ed ottime castagne.

Degne di particolare nota le modalità di taglio ed asporto dei tronchi e delle ramaglie. Erano operazioni per le quali Giuseppe si rivolgeva al contadino proprietario dei buoi e di cui abbiamo già parlato il quale con i suoi robusti animali da tipo, si faceva aiutare, a pagamento, dai giovani sempre disponibili in paese per la pressante scarsità di lavoro ,

Molto faticoso il taglio della pianta in piedi fatta sempre a mano tramite sega lunga oltre due metri a due manici mantenuta orizzontale ed a raso terra da due robusti giovani. Un inconveniente ben noto era il fatto che la fatica maggiore nel segare in quella maniera non era dovuta al taglio del legno quanto invece all’attrito fra legno e lama che era causato dal peso di tutta la pianta che gravava sui venti centimetri di larghezza della sega . Per eliminarlo occorreva infilare a forza dei cunei di ferro nella fessura appena fatta dalla sega e riuscire a liberare la lama lasciandola libera di scorrere avanti e indietro.

La difficoltà maggiore era insita nel trasporto e carico sul carro che veniva forzatamente fatta facendo rotolare i tronchi ( che erano per lo più a sezione circolare ) sul terreno trascinandovele con robuste corde di canapa. La cosa era abbastanza facile per i fusti di piccolo diametro come erano i noci ed i ciliegi per di più se posti in territori pianeggianti. La cosa diventava estremamente difficoltosa per i castagni a seguito di due elementi essenziali e diversificati. Prima di tutto la caratteristica del tutto negativa del castagno era quella di sopravvivere soltanto in alta montagna e quindi in terreni scoscesi e sempre serviti da strade tortuose e ripide, In secondo luogo la caratteristica principale per cui castagni erano ricercati, era il grande diametro dei loro fusti che, potendo raggiungere e superare il metro, consentivano di ricavare in segheria delle tavole molto larghe ed estremamente utili al falegname essendo in gran parte, utilizzate per la costruzione delle casse da morto per le quali andavano benissimo per la dote di lunga durata del castagno nel tempo.

UN TRASPORTO MOLTO DIFFICOLTOSO

Si capisce bene le difficoltà che si incontravano per tagliare e trasportare a valle gli enormi alberi di cui si è parlato a causa del loro tronco molto grosso e pesante ed una ramaglia anch’essa assai consistente. Le cose andavano abbastanza bene quando i castagni si trovavano a quote superiori a quelle della strada dove si trovava il carro con i buoi nel mentre si faticava molto a far rotolare i grossi fusti in salita lungo scarpate ripide ma necessarie per raggiungere un carro posto più in alto. In questi casi doveva essere prevista la presenza di almeno cinque o sei lavoratori oltre al nostro personaggio Canego che aveva, come già detto, l’incarico di provvedere al freno durante le ripide discese. Per tutte le altre essenze, come ad esempio noci e ciliegi, risultavano sufficienti un paio di aiutanti. In ogni caso l’importante per Giuseppe, il commerciante del legno, era riuscire di tanto in tanto di vedersi recapitare, ovviamente a proprie spese, dei carichi di legname già suddiviso categoria per categoria.

LA TRAGEDIA MESSA A TACERE

Si doveva eseguire un difficile carico di un pesante fusto di castagno. Il proprietario dei buoi responsabile di tutta l’operazione aveva, come faceva sempre, caldamente raccomandato che nessun lavoratore dovesse mai sostare a valle del tronco per il pericolo che vi esisteva. Il lavoro doveva assolutamente aver luogo luogo operando a monte del carico da dove esso sarebbe stato fatto risalire con la forza delle braccia lungo la china tramite le corde che che lo circondavano. Si cominciò infatti con l’eseguire sotto il tronco cinque piccole trincee di scavo attraverso le quali venivano fatte passare le cinque corde che, essendo poi ben ancorate alla estremità di monte, avrebbero consentito di tirare il tronco verso la parte superiore del pendio restando il personale di lavoro costantemente più in alto in modo da scongiurare in maniera assoluta il pericolo di essere investiti dal tronco nel disgraziato caso che qualcosa non funzionasse a dovere.

Il lavoro ebbe inizio e, tramite quelle corde che avvolgevano il tronchi, i cinque addetti, come detto posizionati più in alto del castagno, stavano tirando il fusto verso monte con tutte le loro forze ma non riuscivano in nessun modo a farlo salire. Canego, pur essendo stato chiaramente messo in guardia del pericolo, pensò di aiutare spingendo da valle il fusto verso monte ed allo scopo prese un lungo e robusto tramo di legno e con quello si mise a far leva sospingendo il fusto da valle verso l’alto. Il padrone gli urlò subito di togliersi immediatamente di ma il barbone restò lì immobile. Non per nulla la caratteristica di Canego era quella di fare sempre quello che gli frullava per la testa e senza ragionare per nulla. Considerato che Canego continuava a non ubbidire all’ordine tassativo, uno dei lavoratori lasciò sventatamente la sua corda e tentò di correre a spostarlo con la forza per metterlo in salvo da qualsiasi incidente.

Non l’avesse mai fatto! Al mancare del suo forte tiro della fune, si realizzò immediatamente l’abbandono a sé stesso del tronco in quanto i lavoratori rimasti non riuscivano più a tenerlo fermo ed il tronco rotolò in un attimo verso valle passando letteralmente sopra il corpo sfracellato di Canego.

Atterriti dalla tragedia i presenti rimasero interdetti senza che nessuno sapesse cosa dire e cosa fare. Chiamare soccorso, denunciare subito il fatto chiamando i carabinieri per far constatare l’accaduto, ecc, ecc.

Ma si trattava di un personaggio inesistente di cui non di sapeva nulla, né cosa avrebbe fatto l’indomani. La sua morte non era da considerarsi un incedente bensì un vero e proprio suicidio dovuto ad un mancato rispetto degli ordini ricevuti di non sostare mai sotto al pericoloso carico.

Ad un certo punto è prevalsa la decisione meno lecita: seppellire il cadavere, zitti e tranquilli senza badare a tutto il resto.

La decisione si ritenne in toto derivata dalla situazione reale del momento.: Canego non è nessuno e nessuno, nemmeno lui stesso sapeva chi era né cosa avesse intenzione di fare in futuro.

LA QUESTIONE LEGALE

Le leggi, in quegli anni, non erano né conosciute né rispettate. Basterà sapere che un lavoro così pericoloso come quello in questione, non aveva nessuna copertura assicurativa, nessuna contabilità finanziaria secondo le regole che oggi tutti rispettano pagando le relative imposte. In quegli anni era normale ignorare tutto questo. La prova di tale modo approssimativo di operare diffuso in quei tempi era data dal seguito della vicenda della morte di Canego, Venendo mantenuto rigorosamente il silenzio da tutti coloro che avevano assistito alla disgrazia, in paese per anni ed anni non è accaduto nulla. Semplicemente molte persone non vedendo più Canego ubriaco nelle osterie, si sono chieste se gli era successo qualcosa, ognuno rispondendo immediatamente a sé stesso : senz’altro avrà cambiato paese tanto egli quí non aveva né parenti ne amici né casa e quindi Il suo animo di vagabondo lo ha portato da qualche altra parte senza alcuna preoccupazione di avvisare quel qualcuno che ai suoi occhi non esisteva affatto.

Si può constatare come questa abitudine di non far molto caso alle vicende gravi, di non seguire per niente le norme di legge anche se totalmente trasgredite come è accaduto per la morte di Canego, fosse caratteristica delle persone semplici, umili che nel periodo che interessa la nostra storia formavano la stragrande maggioranza nel paese.

Contrasta con questa usanza il detto ” il paese è piccolo e la gente mormora” ed infatti le piccole cose, i pettegolezzi e le indiscrezioni, dominavano nel discorrere della gente mentre si sottacevano facilmente i grandi fatti. E’ ben noto un caso simile accaduto in zona e raccontato nel libro ” Il guardiacaccia” dove un omicidio vero è caduto presto nel dimenticatoio e dai tempi veramente remoti fino ai nostri giorni non si è mai saputo nulla riguardo all’autore ed alle modalità di quell’assassinio.

L’AMICO AUSTRALIANO

Senza più alcun ricordo, né commento, almeno pubblicamente espresso di Canego, trascorse ben una ventina di anni. L’oblio venne rotto quando arrivò dall’Australia, il vecchio amico di Canego che si recò subito nel paese dove erano nati ed avevano passato la loro giovinezza sia lui che il suo amico il cui nome vero era Mario Vardanega per chiederne informazioni e, se possibile, salutarlo dopo tanti anni. Gli venne riferito che di quel Mario da quando era era emigrato in Australia non si era saputo più nulla. Notizie molto approssimative affermavano che qualcuno lo aveva incontrato in un paesino lontano un centinaio di chilometri dove conduceva una vita da barbone . Era riuscito anche a sapere il nome di quel paese.

Si trasferì appunto in quella località per chiedere notizie di Mario Vardanega ma lì nessuno lo conosceva. Chiarito che in realtà si trattava di Canego, l’australiano volle approfondire la verità sulla sparizione dell’amico senza riuscire a sapere nulla, nonostante i suoi sforzi prolungati.

Tutto quello che riuscì a stabilire con certezza era che l’amico frequentava assiduamente le osterie dove continuava a bere fino all’ubriacatura che poi manteneva per tutto il giorno, aggiungendo ogni tanto altri bicchieri di vino. Venne a sapere che dormiva nei fienili e che ogni tanto faceva dei lavoretti di poco conto dai quali ricavava il poco denaro che spendeva regolarmente per bere.

Ad un certo punto l’australiano dovette convincersi che da solo non riusciva a scoprire nulla. Egli però non voleva rinunciare e tornarsene in Australia senza alcun elemento di una persona che gli ricordava la gioventù ed i primi suoi tempi di lavoro all’estero nei quali era cominciata la sua fortuna economica e, oltre a questo, non riteneva giusto che una persona sparisse in questo modo : poteva anche darsi gli fosse successo qualcosa di grave di cui avrebbe voluto essere messo al corrente.

A questa affermazione venne riposto che esisteva un modo sicuro per conoscere la verità, quello di dare incarico ad Artemisio un bravo investigatore che aveva l’ufficio in città.

ARTEMISIO

L’incarico venne dato ed Artemisio incominciò le indagini.

Anche all’investigatore venne spiegato tutto ciò che l’australiano sapeva già ma che non lo aiutò per niente nell’indagine ma egli non desistette affatto nella sua ricerca. Un giorno si fermò a lungo nell’osteria maggiormente frequentata da Canego continuando a chiedere a tutti i frequentatori se c’era qualche episodio, anche se privo di interesse, ma che rivelasse un comportamento particolare tenuto dal suo vecchio amico. Un anziano cliente uscì con uno spunto nuovo e volle allora raccontare una vivace discussione che ebbe luogo proprio con Canego.

Dopo aver brindato in compagnia di alcuni abituali avventori dell’osteria, fu proprio Canego a sfidare i presenti dicendo loro che voleva raccontare un fatto incredibile ma vero. Affermò, con cognizione di causa, che i buoi che trainavano un carro con un carico pesante dovevano impiegare tutta la loro forza di traino continuamente lungo tutto il percorso sia su strada pianeggiante, in salita ma, cosa stranissima, anche nei tratti in discesa . Tutti i presenti non credevano a questo fatto sostenendo che quando il carro procedeva in discesa non era logicamente necessario trainarlo con tanto sforzo. Ne era nata una lunga discussione nella quale Canego si permise di deridere tutti quelli che non credevano a quella a che era una regola inflessibile. A suo parere un carro che avanzava grazie alla pendenza favorevole avrebbe provocato una operazione pericolosissima in quanto i buoi non potevano correre il rischio di essere spinti in avanti dal carro, pericolo che veniva sempre evitato in quel modo.

Artemisio, ben sapendo che dai dettagli poco importanti molto spesso derivava la soluzione dei problemi, fece buon conto del racconto e si informò se nei tempi passati c’era stato in paese qualcuno che usava i buoi per arare o per trasporti. Fu subito messo al corrente che c’erano in paese due fratelli a che attualmente eseguivano lavori del genere con trattori ed autotreni mentre il loro padre, defunto anni prima, aveva i buoi con i quali operava per conto terzi. Artemisio provvide subito ad interrogarli avendone piena conferma però essi non avevano alcuna notizia di quella persona in quanto a quel tempo loro erano bambini piccoli. Fornirono anche il nominativo di un anziano, presente in paese e che da giovane aveva lavorato con il padre quando aveva i buoi.

Artemisio rintracciò subito quella persona chiedendo particolari di Canego il clochard , il barbone. Egli rispose che gli dispiaceva tanto ma non non consceva Canego né alcun barbone. Artemisio allora sfoderó tutta la dua astuzia traendolo in inganno. Non importa gli disse. Posso farle una domanda per una mia pura curiosità che vorrei ora definire. Lei sà cosa succedeva una volta quando i buoi che tiravano un carro con carico pesante su strada in discesa? Prontsmente l’uomo rispose : allora accadeva un fatto strano. Nonostante la discesa fosse in grado di far scendere il carro senza alcuno sforzo dei buoi, questi dovevano comunque tirare il carro e infatti per costringerli a tirare a fatica, il carro doveva essere frenato per tutta la discesa.
Ecco ora lei si è tradito! Lei era presente alla scommessa fatta da Cunego all’osteria che si riferiva a questa stranezza , lei conoscevs Canego e mi ha mentito. Ora deve raccontarmi la sua morte. Io la rassicuro subito. Puó farlo tranquillamente perché è passato molto tempo ed eventuali reati sono ormai caduti in prescrizione, nessuno avrebbe promosso il procedimento giudiziario, nemmeno l’australiano amico del barbone che ha solo necessità di informazioni precise. L’operaio, tranquillizzato, raccontò filo per segno come erano andate in realtà le cose

L’investigatore, chiarito quale era stata la misera fine di Canego, ne mise esattamente al corrente l’australiano precisandogli però che erano ormai passati i termini di prescrizione e anche se avesse promosso la causa penale nessuno poteva essere condannato.

L’australiano sistemata la spesa relativa alle competenze spettanti ad Artemisio, gli comunicò che per lui era sufficiente sapere come era finito il suo amico piuttosto che iniziare un procedimento giudiziario dal quale sarebbero derivate soltanto spese senza nessun risultato.

Gli disse però che aveva una richiesta da fargli. E raccontò quanto aveva faticato per avere personalmente notizie del suo vecchio amico senza riuscire a saperne nulla e che era molto curioso di conoscere come aveva fatto l’investigatore a riuscirvi.

Artemisio gli disse : Abbiamo seguito la morte senza senso di una persona, morte tenuta nascosta a tutti per anni ed anni dall’ignoranza che regna sovrana . Abbiamo assistito ad tragica e lunga guerra dalla quale sono derivate morti in piena sofferenza e senza senso di migliaia e migliaia di giovani nel pieno della loro vita. Tutta questa tragedia è e dovuta anch’essa all’ignoranza che regna sovrana in interi popoli e nessuno potrà sapere come e perché tutto ciò sia potuto avvenire . Questa é la cosa che volevo dirle.

FINE